Associazione senza scopo di lucro che si propone di valorizzare e conservare usi, costumi e tradizioni dell'Astigiano e del Monferrato. Presso la Camera di Commercio ha sede l ́ "Ordine dei Cavalieri delle Terre di Asti e del Monferrato" fondato il 17 ottobre 1970 con il patrocinio dell ́Ente camerale. Il Sodalizio, che conta oltre cinquecento iscritti italiani ed esteri, si propone i seguenti fini:
riscoprire, conservare ed esaltare usi, costumi e tradizioni popolari delle Terre di Asti e del Monferrato, valorizzare i vini dell ́Astigiano e del Monferrato sia in Italia che all ́estero, operare per l ́incremento del turismo salvaguardare il folclore e la conoscenza del patrimonio culturale, storico e gastronomico della regione.


IL CLUB DEGLI UNDICI


Gli alberi che circondano la Certosa di Valmanera sembrano creare una zona franca, quasi separata dalla città, immersa in quell’atmosfera distaccata caratteristica degli edifici e dei luoghi che hanno attraversato i secoli, anche se a poche decine di metri l’asfalto e le automobili che scorrono veloci segnano il nostro tempo. Il grande edificio della Certosa si erge al centro di quel che rimane di un’oasi di pace e non ospita più monaci, ma voci di bambini dall’asilo al pianterreno, mentre al piano superiore regna il silenzio operoso dell’Arazzeria Scassa, con i grandi telai e le mille sfumature delle lane colorate: alle pareti dei corridoi e nel museo sono esposti i capolavori nati dal genio di grandi artisti e dalle mani veloci e sicure delle donne che li hanno realizzati. Fra queste meraviglie si sono ritrovate quattro persone che hanno contribuito alla nascita di un Ordine cavalleresco nato quasi per gioco e divenuto oggi una presenza importante nel panorama enologico italiano: sono i Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato, di cui Ugo Scassa, Luigi Balduzzi, Ottavio Coffano e Pier Luigi Accornero sono stati fondatori o, per meglio dire, soci precursori.
«Il motore di tutto fu Giovanni Borello – racconta Ugo Scassa – all’epoca presidente della Camera di Commercio, uomo intelligente e attivo, desideroso di promuovere l’economia agricola astigiana. Borello aveva viaggiato molto e si era reso conto dell’importanza della promozione del vino; gli era perciò venuta l’idea di costituire qualcosa di analogo alle associazioni enoiche che in Francia si chiamavano Confréries e, nelle più disparate occasioni, contribuivano a far conoscere il nome della loro regione e dei vini in essa prodotti. Nel 1968, quasi due anni prima dell’investitura, contattò in momenti diversi undici persone, alle quali espose solo in parte il suo progetto: propose invece ad ognuno di organizzare una cena al mese, con i migliori prodotti della nostra gastronomia e con i vini più appropriati. Allora non ce ne accorgemmo, ma oggi ci è chiaro che si trattava di una specie di prova di quel che avrebbe potuto fare una sorta di Confrérie astigiana. Di quelle cene, sempre ottime, ricordo soprattutto il divieto assoluto di fumare, sia per non infastidire gli altri, sia per non perdere i sapori dei piatti: al tempo, io non sapevo staccarmi dalla sigaretta e la cosa mi pesò molto, ma oggi che non fumo più mi accorgo che soltanto grazie a quell’imposizione ed a quell’esperienza sono diventato un buongustaio.
Dopo quasi un anno di incontri, talvolta in un clima goliardico, ma sempre alla ricerca del buon cibo e dell’ottimo vino, Borello manifestò il proposito di dar vita a qualcosa di più serio; quello che ormai chiamavamo «il Club degli Undici» ci sembrava importante, avevamo l’impressione di fare qualcosa di significativo per la nostra terra, e ci sembrò utile proseguire in modo più organizzato.” Ma come nacque questa iniziativa ?
«Di tutto il nostro gruppo - aggiunge Luigi Balduzzi - Borello era l’unico ad avere una visione chiara delle cose, anche perché si ispirava ai francesi, che arrivavano nelle loro divise colorate e sapevano presentare il vino in modo eccezionale, a differenza di quel che accadeva in Italia, dove i vini, anche ottimi, non erano supportati da un’adeguata capacità di commercializzazione.“ Infatti, fu proprio una Confraternita francese il punto di riferimento di Borello, che qualche tempo prima era stato accolto fra i membri della Confrérie des Vignerons de Saint-Vincent de Mâcon: in occasione di un viaggio in Borgogna, il presidente della Camera di Commercio astigiana si recò dunque a Mȃcon, portando con sé Franco Sgarbi ed Ottavio Coffano, con il compito di studiare le caratteristiche di quell’organizzazione. La Confrérie des Vignerons de Saint-Vincent aveva sostituito nel 1951 un’antica confraternita di Mȃcon ormai in decadenza e le aveva dato nuova linfa, estendendo la sua azione in tutta la regione: momenti fondamentali della vita sociale erano i «Capitoli», nel corso dei quali venivano ricevute ed accettate, come Cavalieri o Ufficiali, le personalità giudicate degne e capaci di diventare, in Francia e nel mondo, i difensori e gli ambasciatori dei vini della zona di Mȃcon. I responsabili della Confrérie ribadivano in ogni occasione che il titolo di confratello non si compera, ma si merita; perciò, gli aspiranti Cavalieri dovevano simbolicamente eseguire i principali lavori dei vignaioli (la legatura, la potatura, la vendemmia..) prima di poter essere ufficialmente accolti come tali. Durante tutta la cerimonia d’investitura, un gruppo corale cantava vecchie arie della Confraternita madre, fra le quali vi era anche un inno a San Vincenzo. A questo suggestivo cerimoniale si ispirò Borello, traendone spunto sia per indicare le finalità dell’Ordine, sia per individuare i momenti più significativi del rituale, che riportò poi nello Statuto dei futuri Cavalieri, ovviamente adattandoli alla realtà astigiana.
Sei mesi dopo quel viaggio, il 17 ottobre 1970, sarebbe nato ufficialmente l’Ordine dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato: tuttavia, all’atto della proposta di costituire l’Ordine, non tutti i partecipanti al club degli Undici accettarono, cosicchè il Consiglio dell’Investitura ufficiale fu composto anche da altre persone, su indicazione dello stesso Borello. Si discusse molto sul nome da dare alla nuova aggregazione: a fronte di coloro che proponevano il termine confraternita, come usava in Francia, vi erano altri che lo ritenevano invece un po’ ambiguo, ma alla fine, dopo molte discussioni, si scelse
Ordine, che accontentò tutti. Si dibattè a lungo su ogni parola dello Statuto (che nel corso degli anni successivi sarebbe poi stato modificato due volte), confrontandosi con gli ordinamenti delle analoghe associazioni di Mȃcon e di Neuchatel, che però furono trovate poco rispondenti alle specificità ed alle problematiche del territorio astigiano.
Quanto alla composizione del Club degli Undici bisogna affidarsi ai ricordi, ma i dati sono un po’ incerti, non esistono documenti scritti ed i nomi emersi dalla memoria non risultano proprio undici: ne fecero comunque parte Ugo Scassa, Giovanni Borello, Vittorio Pesato, «Besu» Bossotto, Pierluigi Accornero, Mirko Fassio, Maggiora (all’epoca titolare del bar più elegante di Asti, la «Cremeria»), Ottavio Coffano, Luigi Balduzzi. Come nelle antiche leggende, i fondatori appaiono avvolti nelle nebbie del tempo, che lasciano emergere i cognomi ma celano i nomi di alcuni di loro: sta di fatto che il 17 ottobre l’Ordine, nato da un gruppo di Astigiani amanti della goliardia e del territorio, e soprattutto del buon vino e del buon cibo che esso offre, celebrò il suo primo Capitolo nel teatro del castello di Costigliole, offerto come sede ufficiale ai Cavalieri dalla famiglia Balduzzi, da poco divenuta proprietaria di un’ala del grande edificio storico.
Per la solenne occasione, alla quale tra i numerosi ospiti partecipò anche il presidente della Federazione internazionale delle Confraternite Bacchiche, Andrè Bonin, i Cavalieri si presentarono in costumi sfarzosi, disegnati da Ottavio Coffano: «Mi ispirai al grande mantello dei cavalieri templari – spiega Coffano – e scelsi una stoffa pesante, di color bordeaux scuro e foderata di bianco: il mantello fu realizzato dal laboratorio di Annamaria Ceccherini, titolare di una grande sartoria milanese che già lavorava per i costumi del Palio, rinato tre anni prima.» «Era un mantello bellissimo – interviene sorridendo Ugo Scassa – al quale si accompagnava un grande e largo cappello, che risaltava magnificamente sulle corporature slanciate, mentre io, che ero decisamente più basso, sembravo un fungo.» Insieme al mantello ed al cappello, i Cavalieri portavano al collo il medaglione ovale,
tuttora simbolo dell’Ordine, su cui sono impressi un ferro di cavallo, una spada, un grappolo d’uva, un gallo e la scritta «Cavalieri delle Terre di Asti e del Monferrato». Ricorda ancora Ugo Scassa: «Il medaglione arrivò nei tempi stabiliti, ma il giorno dell’inaugurazione ci accorgemmo che mancavano i cordoni per metterli al collo. A salvare la situazione intervenne mia moglie che prese da una matassa del cordoncino bianco e rosso, i colori di Asti, e con tanta pazienza lo cucì in modo tale da farlo diventare un collare cui appendere la medaglia».
Nel teatro del castello di Costigliole, un grande salone con un bel loggiato in legno, ebbe dunque inizio l’avventura dei Cavalieri delle Terre d’Asti del Monferrato: alla cerimonia conferì particolare importanza, facendo sentire i protagonisti inseriti in un ambito che spaziava al di là dei confini nazionali, la presenza ufficiale di monsieur Bonin, il quale rimase ad Asti ancora per un paio di giorni, durante i quali fu invitato da Accornero a visitare la cantina del padre, produttore per passione di un ottimo Grignolino. «Nel vedere le bottiglie in piedi una accanto all’altra – ricorda Accornero – monsieur Bonin, con aria da intenditore, disse che dovevano essere coricate, perché per dormire ci si sdraia. Poi chiese come si vivesse ad Asti ma, prima ancora di ottenere risposta, aggiunse che certamente si stava bene, perché ovunque si produca del vino la gente è più cordiale e simpatica che altrove.”
Per rimarcare ulteriormente l’attenzione che si sarebbe data al vino, il primo omaggio ai Cavalieri fu il piccolo secchio di legno, di forma ovale (quello che in piemontese si chiama
garòcc), che da sempre, prima dell’avvento della plastica, era stato utilizzato nelle cantine per i travasi: sul cerchio di ferro che teneva insieme le doghe fu stampigliata la scritta «Investitura dei Cavalieri delle Terre di Asti e del Monferrato – Castello di Costigliole d’Asti, 17 ottobre 1970.»

GIOVANNI BORELLO



Conclusa la fase sperimentale del «Club degli Undici», l’Ordine fu istituito con atto notarile n. 7087 del 27 luglio 1970 e tenne il suo primo Capitolo il
17 ottobre 1970, nei locali del Castello di Costigliole, sotto gli auspici di Andrè Bonin, presidente delle Confraternite enoiche europee. Costituivano il Consiglio della Tavola Rotonda il Gran Maestro Giovanni Borello, il Guardasigilli Demetrio Paviglianiti, il Castellano Giovanni Roveglia, il Cavaliere plenipotenziario Sergio Nebbia, il Cancelliere Germano Cantarelli, il Mastro dei tornei Ottavio Coffano, lo Storiografo Giovanni Goria, il Mastro d’armi Ugo Scassa, i Mastri di botte Luigi Balduzzi, Giovanni Amerio e Gianni Montalbano, il Mastro di cantina Amilcare Gaudio, il Mastro di cucina Francesco Nela, il Cavaliere della vite Pier Luigi Accornero, il Tesoriere Franco Sgarbi. Si trattava di persone per la maggior parte molto conosciute in città, che in diversi ambiti ricoprivano importanti ruoli pubblici: Borello le aveva volute con sé perché la loro notorietà avrebbe contribuito a dare pubblicità e peso alle future iniziative dell’Ordine.
Sin dal primo momento i Cavalieri si mossero con decisione nella direzione scelta e Borello nel secondo Capitolo dell’Ordine, detto «della ciaciara» diede loro voce contestando polemicamente l’affermazione di un presentatore che, nella trasmissione televisiva «Nord chiama Sud, Sud chiama Nord», aveva definito l’Ordine astigiano come uno dei tanti «ordini della bottiglia»: affermando «non accettiamo di essere confusi con certe banali ed inutili confraternite», il Gran Maestro protestò perché le proposte avanzate dall’Ordine per lo sviluppo della viticoltura non erano state considerate ed i Cavalieri erano stati presentati solo nel ruolo di comparse.
Borello lamentò che all’estero su dieci vini esposti se ne trovassero nove francesi ed uno italiano, ma soprattutto che anche in Italia si accettasse lo slogan «mangiate all’italiana, bevete alla francese». Scagliandosi contro le degenerazioni dei tempi, contro l’uso di droghe che rovinano i giovani, affermò:

Ecco perché vogliamo ritornare a quel mondo pulito dove tutti si possono riconoscere amici, ove tutti si sentono uniti dagli stessi sentimenti … Gente da osteria ci dicono. Sì, è un vanto oggi esserlo. Le osterie sono frequentate da esseri ancora virili e sensibili alle attrazioni della natura. Nelle osterie non si consumano droghe.

Entrò quindi in polemica con Veronelli, che nel presentare i vini italiani aveva trascurato quelli astigiani «alcuni dei quali sono delle vere perle dell’enologia italiana. Le tesi di Veronelli sono fuori dalla realtà e non fanno altro che aggiungere confusione alla già tanta esistente …». Tuttavia, per confrontare le idee dei Cavalieri con quelle del giornalista, questi fu invitato al successivo Capitolo dell’Ordine.
Bastano poche righe per dare un’idea di quale fu l’indirizzo sin dall’inizio scelto da Giovanni Borello, che in tutte le occasioni indirizzò i Cavalieri alla difesa della genuinità e della qualità dell’agricoltura astigiana.

Nel Capitolo delle viole, così chiamato perché dedicato alla primavera, Borello si dichiarò soddisfatto per l’accoglienza riservata all’Ordine dall’opinione pubblica, dalla stampa e dagli operatori del settore, aggiungendo di voler salvaguardare le tradizioni familiari e di paese del mondo contadino.

Intendiamo essere alla testa di questa specie di guerriglia ingaggiata fra le megalopoli e le nostre campagne, ovvero tra la civiltà del ruspante e quella del surgelato, della terracotta e della banda stagnata, del rame e della plastica … In questa complessa trasformazione della società noi non desideriamo la distruzione integrale di un passato, ma la conservazione di tutto ciò che il passato può utilmente contemperare e umanizzare il mondo di oggi..

A settembre, nel Capitolo della
Douja, a circa un anno dall’istituzione dell’Ordine, Borello così sintetizzò l’attività sino ad allora svolta:

… oggi possiamo dire di aver raggiunto il nostro primo traguardo, e cioè quello di dare una propria struttura ed un particolare taglio a questo nostro Ordine. Dopo aver superato le inevitabili difficoltà iniziali, siamo giunti al termine della fase di rodaggio e di apprendistato attraverso oltre 12 riunioni di Consiglio e quattro Capitoli … Ognuno di noi ha accettato di assumere il proprio ruolo non tanto per creare una nota di folclore nella nostra provincia, quanto mosso dall’intuizione e dalla speranza di trovare tra i nostri vignaioli, tra la nostra gente di campagna la piena disponibilità a sostenere la nostra azione, che ha una sola finalità: valorizzare e difendere la loro qualificata ed insostituibile attività professionale.

Quali fossero gli obiettivi che i Cavalieri dovevano perseguire emergono chiaramente dal discorso pronunciato da Borello nel Capitolo del Gran Consiglio, il 26 febbraio 1972, quando disse:

Dopo la costituzione dell’Ordine avvenuto come ricorderete nell’ottobre 1970, nello storico castello di Costigliole (con il patrocinio della C.C.I.A.A. di Asti) questo è certamente il Capitolo più importante della nostra attività, in quanto dovrà costituire l’inizio vero e proprio di un’intensa operosità. Iniziammo con tante inesperienze, con tante incertezze le nostre attività, dopo il battesimo del Presidente della Federazione internazionale delle Confraternite Bacchiche, sig. Andrè Bonin, … con un programma forse troppo ambizioso, per cui abbiamo a lungo sofferto il complesso di chi teme di sbagliare, o di fallire l’obiettivo. Perché abbiamo dato vita a questo nostro sodalizio? Perché tante autorevoli persone hanno accettato di impersonare mitici personaggi di un tempo ormai passato? Perché abbiamo lavorato tante ore per dare forma e sostanza a quest’attività apparentemente folcloristica, divertente, ma nel contempo seria e con precisi fini di ordine squisitamente economici e sociali? Il compianto confratello, dott. Paviglianiti, che commossi in questo istante ricordiamo e sempre ricorderemo come giudice ed esempio di uomo che non esitava ad abbandonare la toga di alto magistrato per vestire con estrema convinzione ed umiltà il nostro rosso mantello, nella sua carica di Guardasigilli ci indicò, sin dal primo Capitolo, le nostre mete, i motivi del nostro operare, i temi del nostro lavoro:

    Ma il Guardasigilli, dott. Paviglianiti, alla cui memoria (penso di interpretare il pensiero di tutti) va dedicato questo solenne Capitolo, aveva un solo obiettivo, essere vicino ai nostri meravigliosi vignaioli, incoraggiarli a resistere sulle loro colline, stimolare i giovani a continuare questa nobile professione. … Amare il vino per noi significa amare le nostre colline e la gente che lo produce, significa predisporre tutte quelle azioni ed attività per sostenere, valorizzare e nobilitare i vignaioli, i vinificatori capaci ed onesti, i nostri ristoratori. Significa ancora tranquillizzare il consumatore, il turista, il lavoratore. Occorre portare in avanti con diverse forme un discorso di carattere formativo e educativo, sia nei confronti di chi produce, sia nei confronti di chi consuma. Abbiamo noi adempiuto a questi obiettivi nel primo anno di nostra attività? Direi che su questa strada abbiamo ancora quasi tutto da fare, tutto da inventare. … Sono certo che il nuovo Gran Consiglio dell’Ordine sarà un esempio di come si possa, anche in allegria, contribuire a raggiungere quegli obiettivi e quei traguardi che tecnici e politici non hanno a tutt’oggi realizzato per la difesa ed il prestigio della nazione che produce non solo le maggiori quantità, ma i migliori vini del mondo.

    Davanti ai partecipanti al Congresso nazionale degli enotecnici, il 4 giugno 1972, Giovanni Borello sostenne la necessità di una produzione di qualità, che ancora non esisteva perché, pur avendo uve di qualità, superiori a quelle francesi, in Italia mancava un’adeguata capacità di vinificazione: per questo era indispensabile la figura dell’enotecnico. Contestò nuovamente Veronelli, che andava «predicando una politica aristocratica dei vini, dimenticando che il
    grand crus di un fazzoletto di terra sarà magari eccezionale, ma interessa un numero troppo ristretto di persone tale comunque da non significare uno sbocco commerciale …» ed auspicò la creazione di un albo professionale degli enotecnici, al momento mancante, ma per il quale il senatore Boano aveva presentato un progetto di legge.
    In tono polemico, fece poi notare che in base alle nuove norme CEE sui vini, il governo francese pensava di utilizzare, a partire dal 1972, ben 3000 tecnici vinicoli: sottolineò con amarezza che, al contrario, «il Governo italiano, invece, tace.»
    Nel settembre del 1972 si tenne il Capitolo dell’amicizia con i Gran Coppieri del Ticino, svoltosi a Mendrisio il 23 e 24 settembre 1972, in restituzione della visita compiuta ad Asti il 25 e 26 marzo 1972.
    Il «Corriere del Ticino» del 26 settembre 1972, fornendo la cronaca della visita ai Gran Coppieri , annotò che nell’occasione erano stati proclamati «Gran Coppieri ticinesi» sette cavalieri astigiani: il sindaco Guglielmo Berzano, Gianni Amerio, Giovanni Goria, Mario Visconti, Leandro Montiglio, Vincenzo Ronco e Narciso Zanchetta. Nella successiva visita alla Cantina sociale di Mendrisio i Cavalieri avevano chiesto spiegazioni sulla presenza di alcuni sacchi di zucchero, tanto che l’articolo s’intitola: «Alla Cantina han chiesto: che ci fa questo zucchero?»
    Adriano Rampone guidò la degustazione dei vini, mentre Borello ricordò la figura del patriota astigiano Carlo Modesto Massa, che nel 1821 si era rifugiato in Svizzera e da lì aveva proseguito la sua attività, collaborando con tipografie e case editrici per guadagnarsi da vivere.
    Nel successivo mese di ottobre ci fu l’incontro a Nizza Monferrato con la Confraternita della
    Bagna caoda e del cardo, che il 15 ottobre celebrava il suo Capitolo; nell’occasione furono consegnati i premi «del paisan vignaiolo» al maestro Giuseppe Manzone, «chiarissimo pittore delle colline monferrine» ed al cav. Carlo Calissano, considerato all’epoca fra i maggiori esperti dell’agricoltura provinciale. La notizia fu ripresa da tutti i giornali astigiani.
    Nel gennaio del 1973 si tenne un appuntamento importante, nato dietro sollecitazione di Bruno Concone, chef del «Grand Hotel del mare» di Bordighera, e finalizzato a dare visibilità all’Ordine al di fuori dei confini provinciali.
    In occasione di un incontro svoltosi nei locali della Camera di Commercio di Asti, Concone aveva proposto a Borello di promuovere i vini astigiani in Liguria e quest’ultimo aveva immediatamente accettato, organizzando a Bordighera un Capitolo dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato.
    Fu questo il primo importante impegno di rappresentanza affidato ai Cavalieri, chiamati a promuovere, insieme al vino astigiano (commercializzato in Liguria in modo un po’ anonimo e non sempre riconosciuto per la sua qualità) anche la gastronomia delle terre comprese fra Langa e Monferrato. Si realizzò così un «Festival della cucina e dei vini dell’astigiano e del Monferrato», che richiamò un grande pubblico presso l’«Hotel del mare» e riscosse notevole eco su tutta la stampa ligure e sulle riviste specializzate in gastronomia. Nel suo saluto ai partecipanti al Festival, svoltosi in un locale pavesato dalle bandiere del Palio astigiano, rinato cinque anni prima, Borello ricordò che compito dell’Ordine era quello

    di unire in un abbraccio cordiale tutti coloro che amano le tradizioni enoiche, gastronomiche e culturali della terra astigiana, oltre che di creare una schiera di ricercatori, di estimatori e consumatori sempre pronti, se necessario, a denunciare all’opinione pubblica le frodi o le mistificazioni del vino.

    I componenti del Gran Consiglio, magistrati, alti funzionari dell’amministrazione dello Stato, illustri professionisti, industriali, artisti e vignaioli avevano accettato di assumere questo incarico, «cercando di raggiungere obiettivi estremamente seri in una forma di attività che all’occhio dell’osservatore superficiale può anche apparire gaia, spensierata e gaudente!» Infine, per ribadire il valore culturale ed economico dell’azione dei Cavalieri, Borello sottolineò che, secondo l’ENIT (Ente Nazionale Italiano del Turismo), almeno il 15% dei 33 milioni di stranieri che ogni anno visitavano l’Italia era attratto da vini e gastronomia.
    In quest’occasione, ma lo avrebbe ripetuto più volte negli anni successivi, Borello sottolineò che i mantelli e le parole forbite dei cerimoniali non dovevano trarre in inganno, perché quel che sembrava agli osservatori superficiali un gioco per amanti della buona tavola e dell’ottimo vino, aveva in realtà obiettivi ben più ambiziosi. Anzi, per Borello l’appartenenza all’Ordine doveva essere sentita come qualcosa di più, come un richiamo al dovere di fedeltà alla missione di salvaguardare tradizioni, storia ed economia della propria terra.
    Nel Capitolo della
    Douja, svoltosi a Costigliole il 18 settembre 1976, affermò:

    L’impegno a riqualificare, propagandare e far prosperare le nostra viticoltura non è quindi solo un dovere verso le migliaia di meravigliosi viticoltori che hanno resistito al richiamo della fabbrica, ma un dovere di tutti per la salvaguardia di un patrimonio economico, produttivo e culturale che investe direttamente o indirettamente tutti noi … Noi ci chiamiamo Cavalieri e rilevo che il nome non è casuale; Cavaliere implica in sé un concetto, quasi militare, di devozione ad una missione da compiere, di impegno morale, ma non per questo meno strenuo ed assiduo. Al momento odierno l’Ordine conta 254 Cavalieri effettivi e 124 Cavalieri d’onore. E’quindi un ordine potente di milizie, perfettamente attrezzato a far pesare la propria influenza nel Paese ... Scusatemi se affermo, e come Gran Maestro porto la mia parte di responsabilità, che l’azione svolta dalla nostra confraternita non è ancora proporzionata alle sue possibilità, né alle ambizioni con le quali essa è nata … L’appartenenza all’Ordine è un titolo di prestigio che si giustifica nella misura in cui è supportato da una volonterosa, continua ed efficace azione di propaganda della nostra enologia, poiché diversamente sarebbe ben misera cosa.

    In altra occasione affermò che: «Il campo di battaglia scelto dai Cavalieri non è più il pianoro antistante i torrioni del castello, ma quello delle pubbliche relazioni, che consente di trovare alleati nel mondo della scienza, dell’economia, del giornalismo, delle libere professioni, della pubblica amministrazione, dell’arte, della cultura, tutti alleati preziosi per valorizzare la civiltà del vino.»
    In un’altra ancora dichiarò:

    … quando fondammo l’Ordine ci soffermammo a lungo sul significato del vocabolo cavaliere. Ad alcuni sembrava retorico, ad altri eccessivamente impegnativo, ad altri ancora parve ispirato a vanità e megalomania ... ma il significato autentico è quello di richiamare al dovere e alla devozione verso una missione da compiere ... Al momento di dichiarare la sua disponibilità ad osservare le norme dello Statuto, il cavaliere si impegna a difendere l’autentica civiltà contadina che sta degradando, a promuovere i prodotti della sua terra …

    Il 1973 fu un anno particolarmente ricco d’iniziative, sostenute dal grande entusiasmo di tutti i Cavalieri: pochi giorni dopo il Capitolo straordinario di Bordighera, si ritrovarono nuovamente per il Capitolo del Mulino, svoltosi il 27 gennaio all’omonimo ristorante di Refrancore. Si stavano intanto rinsaldando i rapporti con altre Confraternite bacchiche al di fuori della provincia, cosicchè dal 17 al 19 marzo si celebrò un Capitolo straordinario in Borgogna, per l’incontro con la Confrerie des vignerons de Saint Vincent di Mȃcon; il 6 - 7 maggio i giornali di Gorizia commentarono favorevolmente la visita dei Cavalieri all’Espomego, il 23 settembre 1973 vi fu un altro incontro con gli «Amici del vino» svizzeri, svoltosi al ristorante dell’Enoteca di Costigliole, dove peraltro si celebrò, il 10 novembre successivo, anche il Capitolo di San Martino. In quest’occasione Borello tracciò un primo bilancio dell’attività svolta, in cui pose in risalto la frattura fra il mondo tecnologico e quello agricolo:

    non si può difendere la nobiltà dei vini quando è addirittura in pericolo la sopravvivenza della nostra viticoltura … Questo è il grave pericolo che incombe sulla provincia del vino, tutto il resto è retorica, anche piacevole, ma destinata a restare sterile o ad accrescere la rabbia contadina … E’ possibile allora suggerire qualche soluzione e realizzarla a tempi brevi ? Certo, ma questo non è compito del nostro Ordine. Però, qualche granellino possiamo portarlo anche noi. Il semplice fatto di coinvolgere ogni anno nel nostro Ordine grandi personalità della vita pubblica, del mondo della cultura, operatori economici, di legarli ad una promessa solenne, d’impegnarsi da uomo d’onore ad amare, esaltare la civiltà del vino, significa creare quadri eccezionali per la fase numero due, prevista per il 1974 -75, che si propone di operare su tre direttrici, la prima delle quali prevede di avvicinare i nostri vignaioli … per ricercare insieme alcune soluzioni logiche, realizzabili e non demagogiche, per agevolare la definizione dell’attuale grave crisi. Naturalmente dovranno essere soluzioni di tipo globale, destinate a durare a lungo e da realizzarsi in comunità d’intenti tra i vignaioli superstiti, le nuove leve contadine e l’Ente pubblico.
    La seconda prevede una massiccia campagna di rieducazione del consumatore … dobbiamo dare atto alla stampa specializzata di avere fatto molto in questa direzione, ma per raggiungere i livelli della propaganda francese in questo settore dobbiamo ancora insistere, crearci nuovi e convinti amici in Italia e all’estero. La terza direttrice è la più difficile, ma anche determinante: la pressione sull’Ente pubblico. Lungi da noi l’intenzione di sostituirci alle organizzazioni di categoria ed ai politici. Intendiamo solo sollecitare i nostri cavalieri a rendersi portavoce nel loro ambiente operativo della realtà contadina, al di sopra ed al di fuori della politica e del sindacato … Sotto questo angolo visuale hanno una loro logica la Festa del vino –
    Douja d’or, Le strade del vino e l’Ordine dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato. … La Camera di Commercio di Asti, che unitamente ad altri Enti ha avuto un ruolo determinante nel dare l’avvio alle citate iniziative, da sola non può fare di più, anzi, per ragioni di bilancio dovrà ridimensionare la sua partecipazione. Abbiamo perciò bisogno del sostegno e dell’appoggio di tutti i nostri Cavalieri …

    Il 1973 si chiuse con l’assemblea ordinaria dell’Ordine, svoltasi il 1° dicembre; qualche settimana dopo si tenne il Capitolo di Natale, rallegrato dalla cena al ristorante «Da Aldo», a Castiglione.
    L’anno successivo, il 1974, fu ancor più ricco di avvenimenti, il primo dei quali fu l’intervento al Capitolo delle Palme (6 aprile 1974, Palazzo Ottolenghi) del presidente della Giunta Regionale piemontese Gianni Oberto, con un’apprezzata relazione su arte, letteratura, folclore e dialetto piemontese: ricevette le insegne di Cavaliere d’onore la scrittrice Margherita Volpi, autrice del volume «A tavola, Confratelli». Dal 22 al 24 aprile i Cavalieri ricevettero la visita degli appartenenti alla Congregazione del vino Carmignano, dopo di che giunse il primo appuntamento d’estate, che ebbe il nome di Capitolo di Beppe e si tenne il 22 giugno a Cioccaro di Penango: vi partecipò il prof. Luigi Volpicelli, vice presidente nazionale dell’Accademia della Cucina ed autentica autorità fra i gastronomi italiani. Fu quasi d’obbligo proclamarlo Cavaliere d’onore, insieme a Beppe Firato, titolare del locale. Nell’annunciare ai Cavalieri l’avvenimento, Borello diede l’aire alla sua vena lirico – gastronomica e così scrisse: «… alle 20.30 faremo una formidabile cena, di cui non vi riveliamo neanche una portata, e per cui già adesso ardono giorno e notte i fornelli di donna Carla, e se ne vede il bagliore e le infocate scintille, nelle scure notti, da tutte le colline intorno.»
    All’inizio di settembre, martedì 10, ci fu la riunione congiunta dei Consigli delle Confraternite enoiche del Monferrato e della Langa, nel corso della quale Borello prese la parola per il consueto indirizzo di saluto, affrontando i problemi essenziali delle Confraternite che, affermò, «sono sostanzialmente due: uno interno, di identità, uno esterno, di produttività.» Dagli Statuti non emergono rilevanti differenze, in quanto tutte si propongono di conservare e far rinascere quanto gravita intorno alla civiltà del vino, oltrechè di favorire il turismo, la gastronomia, il folclore, sviluppando contatti ed amicizie in Italia ed all’estero. Questo programma

    per essere anche solo in parte attuato esige un attivismo molto pronunciato che implica … un’adesione totale agli ideali della Confraternita. Qui sorgono i problemi d’identità e di produttività cui sopra accennavo … Ho la sensazione che da troppe persone le Confraternite siano state scambiate per dei clubs d’elite, di cui è socialmente qualificante far parte, ma per i quali non si dà nulla o poco, non dico in denaro, che sarebbe il meno, ma in operatività … Se dovessimo valutare con criteri economico industriali le Confraternite, dovremmo constatarne il troppo basso indice di produttività e trarne quindi le debite conseguenze: renderle produttive, oppure constatare la loro inutilità … Mi sento di affermare che le Confraternite francesi, sull’esempio delle quali sono nate le nostre, operano assai più intensamente e proficuamente. Dovremmo quindi oggi, a mio avviso, fare un sereno riesame delle esperienze passate e valutare quali provvedimenti prendere per migliorare.

    Borello propose ai presenti di operare in più stretto collegamento, perché «i vini pregiati della nostra regione non sono, e non hanno ragione di essere, in concorrenza fra loro …». Come esempio di attività indicò la possibilità di curare insieme qualche pubblicazione, oppure di organizzare manifestazioni all’estero; sulla proposta avanzata da alcuni di istituire un’arciconfraternita nazionale, si dichiarò invece

    molto perplesso sull’opportunità di questa iniziativa … in quanto non si è giunti nemmeno ad un’identità di intenti a livello regionale. In secondo luogo perché le situazioni, e quindi le esigenze, presentano sensibili differenze fra regione e regione … In terzo luogo perché un’iniziativa del genere, che nasce dall’alto senza il substrato di un’effettiva esigenza a livello di base, correrebbe seri rischi di trasformarsi in un carrozzone di poca incidenza produttiva …

    Si evidenzia chiaramente con queste parole la costante preoccupazione di Borello che l’Ordine diventi «un club di gaudenti» (un timore che verrà manifestato più volte, in svariate occasioni), per restare invece un organismo attivo ed efficace nell’adempimento dei suoi fini istituzionali.

    Il 26 ottobre si completò il gemellaggio enogastronomico con Bolzano, che portò i Cavalieri nel capoluogo altoatesino, dove Borello sottolineò l’urgenza di riqualificare il vino italiano, di grande meriti ma incapace di penetrare sui mercati stranieri, sui quali vino di pregio era considerato solo quello francese, mentre il prodotto italiano spuntava basse remunerazioni. Urgeva dunque un’efficace programmazione unitaria dell’attività promozionale, unico strumento capace di modificare la situazione a nostro vantaggio.
    A fine estate, il 21 settembre, il consueto Capitolo della
    Douja si tenne al ristorante «Il fungo», presso il lago di Codana (Montiglio) e fu l’occasione per il gemellaggio enogastronomico fra le città di Asti e di Bolzano, solennizzato dall’esibizione della banda musicale di Sarentino (Bolzano). Nella cena d’onore fu proposto un menu tipico astigiano, accompagnato dai vini di Bolzano; durante la cena fu conferito a Renata Rampone, moglie di Adriano, il titolo di «ambasciatrice dei grandi vini delle terre d’Asti e del Monferrato», carica onorifica della durata di un anno, ma che Renata avrebbe ricoperto per decenni. La proposta di istituire questa figura femminile era stata fatta dallo stesso Borello al Consiglio direttivo dell’EVVA (Ente valorizzazione vini astigiani). All’inizio di ottobre, i Cavalieri si recarono a Trento, per celebrare prima il gemellaggio enogastronomico con Arco di Trento, poi per tenervi un Capitolo straordinario.
    Infine, durante il Capitolo di Natale vennero conferite le insegne di Cavaliere d’onore a Giovanni Giraudi

    per aver arricchito il prestigio della civiltà astense, da tempo in decadimento… Giraudi non dimenticò la vecchia civiltà astigiana, i suoi costumi, le sue gloriose tradizioni civili e religiose, l’arte e il folklore che per incuria e disinteresse generale si avviavano all’estinzione … Basti ricordare il coraggio dimostrato nel ridare ad Asti il suo Palio …

    Nella sua orazione, Borello ricordò l’opera di Giraudi come presidente della Cassa di Risparmio e come cultore della storia; soprattutto in questa veste, da poco aveva promosso la ristampa del volume
    Asti nelle sue chiese e nelle sue iscrizioni, scritto dal cronista astigiano Stefano Incisa.
    In occasione del Capitolo fu presentato il libro
    Alasantè, di Gino Nebiolo, giornalista, scrittore e Cavaliere d’onore: la successiva cena si svolse al «Salera».
    Il 1975 segnò un momento di riflessione, che il Gran Maestro pose all’attenzione dei Cavalieri convenuti al Capitolo di Natale, svoltosi al «
    Ciabot del Grignolin» di Calliano il 14 dicembre. Con un lungo discorso, steso su ben ventitré pagine, Borello rimarcò che l’anno appena trascorso, così come i due precedenti, era stato difficile, carico di tensioni, politiche e sociali, di preoccupazioni e recessioni, che avevano influito sull’attività e sull’entusiasmo con cui si era avviato l’Ordine.

    In questa situazione, stanno davanti a noi due strade: la prima è quella del disimpegno, del dichiarare falliti i nostri ambiziosi progetti, la seconda è quella di aprire i cuori alla speranza, di non arrenderci al nero pessimismo, o di attendere ancora una volta che ci salvi il grande miracolo … penso che non vi debbano essere incertezze, credo che nessuno di noi sia disposto a dichiarare forfait, a passare la mano ad altri … Possono contribuire a migliorare le condizioni del Paese tutte le persone di buona volontà e le piccole istituzioni come la nostra, purchè ognuno s’impegni a rispettare i propri indirizzi statutari e dia un reale contenuto alla sua adesione. Ognuno di noi si rende conto come il nostro Ordine, nel contesto generale, sia ben poca cosa … Se il nostro Ordine vuole sopravvivere, se non vuole trasformarsi in un club di gaudenti che periodicamente si danno appuntamento per un buon pranzo e per trascorrere qualche ora in allegria, dovremo richiamarci con più vigore al nostro Statuto, al quale tutti abbiamo promesso fedeltà … Con il passare degli anni ed alla luce dell’esperienza acquisita, ci rendiamo conto che alcuni dei traguardi previsti dal nostro Statuto appaiono troppo ambiziosi e che la civiltà contadina come la vorremmo noi oggi non ha più senso.

    Con queste affermazioni Borello prende atto che il primo obiettivo dell’art. 2 dello Statuto («Riscoprire, conservare ed esaltare usi, costumi e tradizioni popolari delle Terre di Asti e del Monferrato») non è più attuabile, perché il mondo in cui è vissuto se n’è andato per sempre.

    Più che il Gran Maestro, parla qui un vecchio astigiano che assiste al disfacimento del mondo contadino in cui è cresciuto, sotto i colpi dell’industrializzazione e dell’abbandono delle campagne: le cascine dai grandi fienili che sulle cime delle colline si stagliavano contro il cielo, superbe come regine e circondate da campi e vigne più curate di giardini, in troppi casi sono in abbandono e hanno perduto l’antico valore, perché tutti fuggono dalla fatica dei campi per il posto fisso alla Fiat e chi resta in campagna, oltre a menar vita grama, non trova nemmeno più, per dirla con Pavese, “quella donna per strada che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.”
    Amaramente commenta:

    l’obiettivo si è rivelato irraggiungibile. Infatti, giorno per giorno, assistiamo con rapidità crescente al dissolversi di un mondo che tutti noi astigiani abbiamo sempre amato. Purtroppo si tratta di un processo di disgregazione irreversibile … E’ una legge ferrea, ebbe a dire Luigi Firpo lo scorso ottobre, nel capitolo della bagna caoda, perché l’industria e la tecnocrazia sono il nostro destino. Tutti coloro che sognano di far rivivere la civiltà contadina sono degli illusi e nello stesso tempo degli autolesionisti … Se questa è la realtà non è però opportuno abbandonare il contadino a sè stesso ... Ritengo che i nostri agricoltori siano da troppo tempo ammalati di solitudine e di isolamento, tanto da essere più di una volta sospinti a distruggere o ad abbandonare quello che è stato il frutto del paziente lavoro di generazioni e generazioni.

    Borello riporta poi alcuni dati relativi all’agricoltura astigiana:

    si stima che operino ancora circa 30 mila viticultori: il 65% ha superato i 56 anni, circa 6000 hanno un’età compresa fra 60 e 65 anni ed oltre 11.000 hanno già compiuto i 65 anni. I vigneti hanno per il 50% un’età superiore ai 30 anni e solo il 4% è inferiore ai tre anni … Poco può fare l’Ordine per rimediare al disinteresse di tanti amministratori locali ed alla scarsa attenzione delle organizzazioni di categoria … Ora, se è vero che è impossibile arrestare da parte di chicchessia il progresso … è altrettanto vero che è delittuoso cancellare le tracce di un’epoca passata. Il museo del nostro amico e confratello Bersano è cosa importante e meritoria, ma sarebbe forse stato superfluo se le nostre comunità agricole non avessero sistematicamente distrutto ciò che il progresso e la tecnica hanno loro offerto di epoca in epoca. Conservare e far rinascere usi e costumi significa incoraggiare le prime iniziative che stanno nascendo in modo spontaneo in alcuni comuni della nostra provincia ed attorno alla nostra città. L’esempio dell’Enoteca di Costigliole comincia a dare i primi risultati. Il Festival delle sagre organizzato in occasione della Douja d’or ha fatto rinascere l’interesse attorno ad alcune tradizioni popolari; molti giovani stanno rovistando archivi alla ricerca di momenti che hanno reso importante il loro paese, ogni documento, ogni stampa, ogni vecchia immagine è attentamente studiata per verificare se è possibile far rivivere quei personaggi e quei costumi. Questi giovani, animati da tanta buona volontà ed entusiasmo, da soli difficilmente riusciranno a realizzare i loro progetti, anche perché mancano di mezzi e di esperienza; forse il nostro Ordine potrebbe aiutarli in qualche modo, e non solo con consigli e buone parole!

    Quanto alla propaganda dei vini, Borello nota qualche segnale positivo, pur «in un periodo di accentuata crisi qualitativa e di incertezza operativa.» Aggiunge:

    Il nostro Ordine è sorto nel 1968 per fiancheggiare e sostenere la nuova politica vitivinicola astigiana. Non si è denominato con termini bacchici o gastronomici che spesso sviano o deformano gli scopi delle associazioni … Il nostro Ordine ha escluso qualsiasi interesse di tipo commerciale ed è perciò del tutto indipendente dagli organismi e dagli Enti che provvedono all’aspetto pratico del problema … Ciò non esclude però che il nostro Ordine possa diventare un importante veicolo di promozione e di propaganda specie verso l’estero, dove si riscontra una spiccata sensibilità a un particolare tipo di pubblicizzazione del vino. Prova ne sia che le Confraternite francesi sono addirittura sovvenzionate dalla «Sopexa», in quanto si sono rivelate i più efficienti ambasciatori dei vini francesi nel mondo.

    Circa la necessità di promuovere folclore e turismo, Borello afferma:

    gli Astigiani si vanno sempre più convincendo che esistono grandi possibilità di attrazioni turistiche nella nostra provincia … Il nostro paesaggio è stato reso perfetto dalla magica mano dei nostri vignaioli, che nel corso dei secoli hanno tessuto lo stupendo arazzo viticolo, che oggi copre quasi tutto il nostro territorio. … Ma a fronte di queste meraviglie, spesso sconosciute agli stessi Astigiani, dobbiamo constatare una grave carenza di strutture ricettive; scarseggiano locali degni di rappresentare la nostra tradizionale gastronomia, nelle trattorie si bevono vini anonimi e certo non degni di essere alfieri della nostra celebre viticultura … Fino ad oggi a poco sono valsi gli sforzi dell’EPT, dell’Accademia della cucina, dell’EVVA. e di tutti coloro che hanno cercato di modificare questa situazione di stallo. Cari confratelli, vogliamo provare noi? sarebbe un’impresa d’inestimabile valore sociale ed economico, che potrebbe avere impensabili riflessi in tutti i settori produttivi, dall’artigianato all’agricoltura, dall’industria al commercio.

    E’ significativo il fatto che le osservazioni di Borello, espresse trentasei anni fa, tocchino tutti i punti cruciali dello sviluppo della provincia astigiana, che ancora oggi si confronta con le medesime tematiche, essendo ben lungi dall’aver trovato soluzioni veramente efficaci ai problemi suddetti. Anzi, in momenti di pesante crisi del settore manifatturiero, le cose sono anche peggiorate: le aziende agricole continuano a diminuire e ben pochi sono i giovani che decidono di restare sulle loro terre. In molti luoghi soltanto le Cantine sociali raccolgono la produzione di vigne che non ripagano i viticoltori del lavoro fatto ed è solo grazie alla tenace passione degli anziani se tante colline non si sono finora trasformate in gerbidi.
    Si sono forse salvate le tradizioni, ma il settore turistico non ha certamente raggiunto un’autonoma capacità di produrre redditi adeguati, né di essere motore di sviluppo.
    Borello si ispirò sempre all’azione delle Confraternite francesi, indicandole come efficace veicolo di promozione unitaria dei prodotti nazionali, proprio perché coglieva il valore economico che esse potevano avere per i produttori: fu per questo che, con i suoi Cavalieri, si mosse nella medesima direzione, accettando e promuovendo scambi con tutte le realtà utili alla conoscenza ed alla commercializzazione dei vini astigiani.
    Al di là delle amare considerazioni di fine anno, il 1975 era stato ricco di attività, con il Capitolo del vino nuovo (celebratosi il 24 maggio a Costigliole), con il Capitolo celebrato insieme alla Consulta del Verdicchio, con la Lega dei Vini D.O.C. delle Marche e la Prioria del Rosso Conero D.O.C. di Varano di Ancona (tenutosi a Serra dei Conti il 6 Luglio) e con il tradizionale Capitolo della Douja, nel corso del quale era stato insignito del titolo di Cavaliere d’onore il senatore Giovanni Marcora, ministro dell’Agricoltura e delle Foreste.
    Nel 1976 i Cavalieri parteciparono al Capitolo di Saint Vincent di Mȃcon ed una rappresentanza dell’Ordine assistè alla manifestazione al castello di Ainè à Azè, nel corso della quale vi fu l’investitura di un centinaio di personalità, coronata da un fastoso cerimoniale. Il 27 marzo si tenne il Capitolo del Gran Consiglio, in cui fu dichiarato Cavaliere d’onore il sindaco Piero Vigna; il 18 settembre si svolse il capitolo della
    Douja, con visita alla cascina Morando e investitura d’onore di Camillo Brero, che celebrò l’avvenimento leggendo alcune poesie in piemontese. Non poteva essere diversamente, essendo Brero l’autore della Gramatica piemonteisa, uno dei testi di maggior riferimento per coloro che si battono per la valorizzazione della lingua piemontese.
    Infine, il 10 ottobre si celebrò il Capitolo del vino nuovo a Castelboglione, nella cantina sociale di Castelvero: fra i programmi per il 1977, Borello indicò la realizzazione di una pubblicazione, curata dal Cavaliere Michele Tomasone, che avrebbe dovuto rappresentare

    il biglietto da visita dell’Ordine. In essa verranno illustrati gli scopi che si pone l’Ordine, la situazione vitivinicola, i vini dell’Astigiano e del Monferrato e le notizie rare che si riferiscono alla vita storica, economica e sociale della zona in cui si svolge l’attività dell’Ordine: il tutto sarà corredato da una documentazione fotografica di prima qualità ..

    L’esortazione a prendere esempio dalla Francia e dalla sua politica di sostegno all’attività delle Confraternite fu ribadita con forza durante il Capitolo di Natale del 1977, quando il Gran Maestro sostenne che la mancanza di un’efficace promozione danneggiava l’agricoltura: i vini francesi non erano migliori di quelli italiani, ma Oltralpe l’attività delle Confraternite «… è pilotata, sorretta e potenziata dagli operatori vitivinicoli, oltre che da organismi pubblici».
    In Italia non esisteva invece alcun sostegno pubblico:

    … non abbiamo tralasciato occasioni per creare solidarietà, coinvolgendo nel nostro Ordine uomini di governo, delle pubbliche amministrazioni, del variegato mondo della cultura … E’ con un certo senso di amarezza che dobbiamo constatare che nonostante i nostri numerosi inviti, malgrado le nostre sollecitazioni alla collaborazione, il Gran Consiglio della Tavola Rotonda ha dovuto lavorare e decidere sempre da solo, privo quindi della forza necessaria per ottenere risultati soddisfacenti.

    Annunciando che l’Ordine dei Cavalieri era stato invitato al Congresso mondiale delle Confraternite bacchiche organizzato per il 1978 in Messico, Borello dichiarò che non si sarebbe potuto aderire all’invito per mancanza di fondi: le Confraternite francesi sarebbero state invece presenti, perché le loro spese sarebbero state coperte dalla Sopexa. Aggiunse:

    Dietro al folclore, ai riti solenni, ai costumi sfarzosi dei nostri confratelli d’Oltralpe, si celano dei veri ed esperti operatori vitivinicoli che trasformeranno il Congresso mondiale delle Confraternite bacchiche in un’agguerrita missione economica … Dopo i francesi in quei paesi andranno i nostri operatori a rastrellare le briciole, sempre che ne sia rimasta qualcuna! Ecco, amico senatore Lombardini, (presente al Capitolo, NdA) come si fa a vendere il vino … Eppure il ministro Marcora (nostro insigne confratello) dispone da tre anni di un fondo di tre miliardi (oggi largamente svalutati e non utilizzati) per la propaganda dei nostri prodotti alimentari all’estero … Ogni tanto si riunisce una commissione ma … mentre noi continuiamo a discutere, a fare piani e progetti ed illuderci che qualcuno risolva i problemi … gli altri camminano sempre più in fretta, conquistando un mercato dopo l’altro.

    Tornando al tema della conservazione delle tradizioni, Borello accennò all’impossibilità di mantenere in vita un mondo contadino che i tempi stavano cancellando ma, di fronte alla rottura dei vecchi equilibri che aveva determinato «da un lato la formazione di sacche urbane che raccolgono gli sbocchi di un esodo disordinato ed incontrollato, dall’altro la perdita di un patrimonio di conoscenze e di esperienze tecniche che hanno ancora un grande valore …» i Cavalieri si sarebbero dovuti mobilitare per conservare la civiltà contadina, offrendo il loro sostegno

    a tutte le organizzazioni spontanee che si stanno impegnando per realizzare rassegne sulle contadinerie, ricercare fatti ed episodi più significativi della vita delle loro comunità, riscoprire canti popolari e proverbi e nel mantenere abitazioni con le loro ambientazioni originali. Tali iniziative dovranno tendere a ricomporre una cultura in via di estinzione, non già per farla rivivere nei suoi aspetti originari, ma per fornire agli studiosi, alle generazioni di oggi e domani una rigorosa documentazione di una civiltà passata.

    Ma dove conservare queste testimonianze? Borello propose come sede principale il castello di Costigliole, oltre ad una serie di sedi decentrate, da individuare in collaborazione con Enti locali e Pro loco, in cui ospitare altri musei delle contadinerie. In riferimento al punto in cui lo Statuto prevede la necessità di favorire turismo ed economia, Borello affermò che il momento appariva poco adatto alla promozione turistica: si doveva pensare ad un turismo di carattere collettivo, come aveva dimostrato l’esperienza fatta dalla Camera di Commercio, che nel 1973 aveva iniziato a programmare delle «giornate nell’Astigiano», con visite a monumenti, enopoli, cascine, pranzi sull’aia, degustazioni guidate, ecc. Dai 600 turisti del 1973 si era giunti ai 10.000 del 1977: «il successo dell’iniziativa è andato oltre le nostre più rosee previsioni, per cui non siamo più in grado di gestire da soli questa iniziativa». Borello chiese perciò la collaborazione dei Cavalieri, invitandoli a dedicare qualche ora del loro tempo per lavorare insieme alla Camera di Commercio e con l’EVVA, per individuare, operando in collaborazione con i tanti giovani delle diverse Pro loco, nuovi percorsi da proporre ai turisti. Per sostenere la richiesta mise in gioco tutto il suo prestigio affermando: «Qualora il mio invito cadesse nel vuoto, dovrei rivedere la mia personale adesione all’Ordine che con tanti amici ho contribuito a far nascere, progredire, affermarsi, non già per indossare questi costumi o per consumare un buon pasto, ma per renderci veramente utili alla nostra collettività». Infine, Borello ricordò che rappresentanze dell’Ordine avevano partecipato alle «Floralies» di Nantes, in occasione del raduno internazionale delle Confraternite bacchiche ed alla «Fête des vignerons» a Vevey, in Svizzera, spettacolare manifestazione che si svolge ogni 25 anni. E del mondo dei «vignerons», o per dirla all’astigiana, dei
    paisan, Borello era profondamente innamorato, perché sentiva scendere profonde le sue radici in una realtà di cui comprendeva a fondo i problemi, intuendo anche quanto sarebbero state più povere le generazioni future se non fosse stata trasmessa loro la memoria.
    Nel Capitolo di primavera, il primo dei tre che si tennero nel 1978, Borello sollecitò la creazione di tre gruppi di lavoro: il primo per migliorare l’operatività dell’Ordine e il livello culturale dei capitoli (propose di studiare un cerimoniale più solenne e legato alle tradizioni delle vecchie confraternite ed a fatti di storia e civiltà dei nostri Comuni, di inserire giovani e figli di cavalieri e di farli partecipare ai capitoli ed impegnarli in gruppi di studio, di aumentare la partecipazione dei soci alle colazioni di lavoro ed alle degustazioni, di organizzare capitoli e pranzi con cucina semplice e rustica con la collaborazione delle Pro loco, di compilare durante i pranzi delle schede di valutazione, di distribuire le ricette dei vari pranzi e quindi raccoglierle tutte per una pubblicazione curata dall’Ordine); il secondo
    per incentivare l’attività promozionale dell’Ordine (con lezioni di enologia, di viticoltura, gastronomia regionale, conferenze con l’ONAV, con un’intensa azione verso i ristoratori per migliorare la tipicità dei cibi e la qualità dei vini, azioni di educazione alimentare dei consumatori, mostre concorso fotografiche itineranti sull’evoluzione della viticoltura e della civiltà contadina, nuove strade dei vini, valorizzazione dell’artigianato locale); il terzo, infine, si sarebbe dovuto dedicare allo sviluppo delle pubbliche relazioni (programmando gemellaggi con le più qualificate confraternite italiane, rendendo più saldi i rapporti con le Confraternite dell’Albese e dell’Alessandrino, collaborando con la Camera di Commercio per la rivalutazione culturale ed operativa delle Pro loco, organizzando incontri con i vecchi ed i giovani del mondo contadino astigiano).
    L’impegno di Borello nella promozione del vino di qualità non sfuggiva agli operatori del settore, tanto che il
    «Corriere vinicolo» del 30 gennaio 1978, ricordando la polemica contro il Ministero dell’agricoltura che non utilizzava il fondo di tre miliardi disponibili, scrisse: «Bisogna dare atto a Borello di aver fatto ogni sforzo per evitare la minimizzazione dei compiti della Confraternita da lui presieduta, agganciandola il più possibile con attività collaterali alle ricorrenti manifestazioni vitivinicole dell’Ente Camerale …».
    Durante il Capitolo della
    Douja fu ricordato Arturo Bersano, che

    di questi riti, di queste genuine rievocazioni era immensamente innamorato ... L’Ordine inchina oggi le sue insegne alla memoria del Gran Maestro della consorella Confraternita della Bagna Caoda di Nizza della Paglia ... Bersano era un gentiluomo monferrino, razza in estinzione, uomo mite, semplice, di grande intelligenza, sempre carico di entusiasmo, fiducia ed ottimismo … studioso, osservatore attento e ricercatore appassionato, si realizzò nel Museo delle contadinerie, suo autentico capolavoro, raccogliendo documenti e manoscritti, rari attrezzi di campagna, a testimonianza dei valori morali e civili di cui Bersano è stato uno dei cantori più realistici.

    L’opera e la figura di Bersano saranno più volte ricordate con riconoscenza da Borello, che nel marzo del 1980 riconobbe di essere stato

    calamitato dal suo pensiero; infatti, più per spirito di emulazione che per vocazione, imparai ad amare, conoscere, apprezzare queste colline, la loro gente, la loro grande e umana civiltà … preziosa è stata la sua collaborazione; il suo aiuto e i suoi consigli sono stati indispensabili per inventare, prima, per affermare, poi, l’ormai famosa festa del vino – Douja d’or .

    L’Ordine e il suo Gran Maestro furono presenti al capitolo organizzato dalla Confraternita della vite e del vino del Veneto orientale e del Friuli e Venezia Giulia, in onore della quale fu proiettato da Adriano Rampone un documentario realizzato dalla Camera di Commercio sulla Festa del vino astigiana. Celebrando a Calliano l’eccezionale annata vinicola del 1978, destinata ad affiancarsi a quelle del 1947 e del 1964, ricordò che campi e colline si erano spopolati perché

    la gente di campagna ha dato l’addio al proprio luogo d’origine senza troppa nostalgia, con la speranza di lasciarsi alle spalle la miseria antica, raggiungendo il benessere dei lavoratori delle fabbriche. Era l’addio a certi tipi di case, di strade, di comunicazioni, di rapporti sociali, di sacrifici continui che da sempre erano causa di umiliazione nei confronti di chi viveva in città. Quando le sorti di un anno di lavoro sono nelle mani di Dio, quando pochi minuti di grandine possono distruggere tutto, quando mancano quei congegni di sicurezza garantiti agli altri lavoratori, è sacrosanta la rabbia dei nostri vignaioli, è comprensibile la loro diffidenza, è giustificato il loro pessimismo.

    Gli Anni Settanta portavano con sé, oltre alle tensioni sociali e politiche, anche una pesante crisi della viticoltura astigiana, iniziata negli Anni Cinquanta, ma conseguente soprattutto alle implicazioni economiche ed alle diffidenze derivate dal fallimento dell’Asti Nord, avvenuto nel 1964 -1965 e dimostratosi disastroso soprattutto per la cooperazione enologica astigiana. La scarsa remunerazione delle uve, i camion cisterna che portavano dal Sud vini a basso prezzo, la sofisticazione, misero a dura prova la viticoltura astigiana, che tuttavia seppe resistere, nonostante la diminuzione dei suoi addetti. Borello precisò che nel 1978 per l’economia astigiana la vitivinicoltura significava

    oltre 20.000 aziende agricole a conduzione familiare; 34 cantine sociali con oltre 8500 soci; oltre 500 aziende di trasformazione e commercializzazione, fra cui alcuni colossi a livello nazionale; oltre 4000 operai; un poderoso indotto vetrario, sugheriero, cartotecnico e meccanico, per un totale di altri 4000 lavoratori; un valore di uve che si aggira sui 200 miliardi di lire; un reddito lordo per ettaro oscillante dai 4 ai 7 milioni di lire. In termini di produzione Asti occupa in Piemonte il primo posto: infatti, su di una superficie vitata di oltre 30.000 ha, la produzione oscilla da 2 a 2,5 milioni di quintali di uve, pari a oltre 2 milioni di ettolitri di vino ... Fra i nostri vini il capofila per l’esportazione è l’Asti Spumante … nel 1977 sono stati esportati 12 milioni di ettolitri, 1/12 circa dei quali è vino astigiano … per competere occorre che le autorità competenti investano di più e meglio per la promozione enologica, sia nei paesi consumatori, sia in quelli che iniziano a scoprire il vino … Si rende ormai indispensabile la costituzione di un organismo per la valorizzazione dei vini che superi per modernità, fantasia ed efficienza, le stesse collaudate strutture della Sopexa francese. Bisogna presentarsi sui mercati esteri con un prodotto sicuro, imbottigliato e confezionato con gusto, anziché con bottiglioni anonimi e di poco prezzo … si devono battere certe posizioni pro birra della CEE e la scandalosa quanto incauta campagna della nostra stampa contro il vino quale causa importante della piaga dell’alcolismo nel nostro paese .

    Per raggiungere questi obiettivi vi fu sempre stretta collaborazione fra la Camera di Commercio di Asti, l’EVVA, l’ANAV (successivamente divenuta ONAV) ed i Cavalieri delle Terre di Asti e del Monferrato.
    Con queste ultime affermazioni Borello pose un problema di assoluta attualità, vale a dire la demonizzazione che troppo spesso si fa del vino come causa di mortalità, senza rendersi conto che una corretta cultura del bere non è nociva, anzi, chi apprezza il vino lo degusta, ma non si ubriaca: per ribadire questo concetto, Borello tornerà molte altre volte su questo argomento, sempre con la consueta combattività.
    Il 1980 iniziò con il Capitolo della luna di marzo, nel corso del quale il Gran Maestro ebbe ancora una volta parole di stima per Arturo Bersano, che per primo aveva promosso la conoscenza dei vini della zona di Nizza.

    Bersano è stato il predicatore della nobiltà dei vini di Asti e del Monferrato nel mondo, coinvolgendo uomini di cultura, di scienza, di economia, personalità della pubblica amministrazione, unitamente ai suoi umili paisan […] La civiltà della collina si identifica con quella che Arturo Bersano amava definire la civiltà del vino […] mirabile per la secolare povertà della sua gente, povertà da non confondersi con la miseria […] Non è stata impresa da poco convincere alcuni operatori turistici a scoprire, attraverso la nostra iniziativa dei viaggi guidati, l’affascinante eppure semplice bellezza del Monferrato.

    Nell’ambito della valorizzazione della gastronomia astigiana, Borello ricordò poi che il Maestro di cucina, l’avvocato Giovanni Goria, aveva iniziato un’attenta ricerca di piccole trattorie «alla moda antica», alla scoperta del buon mangiare.
    Il 28 maggio 1980 ai lavori del Gran Consiglio dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato, svoltisi all’Enoteca di Costigliole, presenziarono i congressisti del «Symposium International sur les appellations d’origine des vins, organisè avec le patronage de l’Office International de la Vigne e du Vin», invitati da Borello a conoscere le bellezze del territorio astigiano: agli ospiti Borello ricordò che

    alla gente di collina l’Ordine dei Cavalieri ha dedicato dieci anni di attività, nel corso dei quali si sono sviluppati ed esaltati gli aspetti più significativi della loro storia umana e produttiva, che riscattò le nostre colline dalla marna e dal bosco, per trasformarle in giardini dalla verde geometria dei filari …

    Al Capitolo Straordinario del Castello, il 13 giugno 1980, partecipò una delegazione della Presidenza del Consiglio dei ministri della Comunità Economica Europea, mentre il 26 ottobre, a Canelli, si tenne il Capitolo della Vendemmia, nel corso del quale fu rivolto un saluto a Franco Sgarbi e all’avvocato Giovanni Goria che, dopo tanti anni fra i Cavalieri, erano passati alla neonata consorella dell’Universale Ordine Amici del Canei.
    Chiuse l’anno il Capitolo di Natale, in cui Giovanni Borello rivendicò l’azione svolta dai Cavalieri nel corso dei primi dieci anni di attività:

    Gli scettici, coloro che ci hanno sovente ascoltato con la tolleranza che si riserva ai romantici idealisti, stanno oggi accorgendosi, bilancia dei pagamenti alla mano, che non si vive di sola industria e che l’agricoltura si chiama settore primario non solo per una convenzione di ordine statistico ... i Cavalieri lottano in difesa della civiltà contadina che va scomparendo, in difesa dei cibi poveri e tradizionali e dei vini di alta qualità che produciamo ancora, con la luce del sole mescolata all’umido della vite ... al momento odierno l’Ordine conta 322 Cavalieri effettivi e 142 Cavalieri d’onore: è quindi un Ordine potente di milizie perfettamente attrezzate a far sentire la propria influenza ovunque si lavora con le stesse nostre finalità … nel 1981 dovremo intensificare la nostra presenza ovunque si promuovono i nostri prodotti agro-alimentari, in particolare i vini di qualità, e sensibilizzare i Cavalieri effettivi a stringere attivi collegamenti con i Cavalieri d’onore, scelti dal Gran Consiglio tra le personalità del mondo politico, economico, scientifico e culturale.

    Propose poi tre gruppi di lavoro: il primo per operare nel campo della valorizzazione della cultura contadina, legata alla storia del Monferrato; il secondo per migliorare le conoscenze dei cavalieri in materia di apprezzamento e degustazione dei grandi vini; il terzo per portare i soci a scoprire sia i segreti della cucina rustica, sia di quella borghese. Dopo aver ribadito che l’Ordine non era un organismo di tipo folcloristico o una schiera di gaudenti, ricordò che ovunque esistevano Confraternite del vino: 16 in Germania, 76 in Francia, 130 in Italia. Tutte, però, si occupavano di un solo vino o dei vini di una regione, mentre i cavalieri difendevano, insieme ai vini, anche la cultura e la storia della loro regione. Costumi fastosi e solenni cerimoniali possono far sorridere, ma «come i Francesi ci insegnano, da tempo le confraternite sono le avanguardie per la valorizzazione e la commercializzazione dei vini.»
    Un altro importante appuntamento l’Ordine lo visse nel 1981, con il Capitolo straordinario organizzato per il congresso mondiale della stampa gastronomica - vinicola - turistica; il Gran Maestro non perse l’occasione per ricordare che sino ad una quindicina di anni prima Asti, da sempre considerata capitale del vino italiano, era una capitale in decadenza, con un’immagine appannata e con le Cantine sociali scosse da una profonda crisi. Si era reagito puntando sulla qualità (convincendo i viticoltori a migliorare i sistemi di vinificazione per ottenere vini più nobili e prezzi più remunerativi), ma anche educando i consumatori a distinguere un vino di qualità, accettando di pagarlo ad un prezzo più elevato. Il marchio della
    Douja d’or, riconosciuto e registrato in tutto il mondo, era divenuto un sigillo di garanzia dei vini DOC, ammessi alla mostra mercato dopo un’attenta selezione degli esperti dell’ONAV, con punteggio non inferiore a 85/100.
    Borello non si lasciò sfuggire la possibilità di presentare agli specialisti del settore enogastronomico le «Giornate del tartufo del Monferrato», ultima iniziativa in ordine di tempo per la valorizzazione dei prodotti locali.
    Nel Capitolo della
    Douja Giovanni Borello dichiarò di parlare nella triplice veste di presidente dell’EVVA, della Camera di Commercio e di Gran Maestro dell’Ordine, tre organismi che avevano camminato insieme, integrandosi in ogni occasione per avere maggiore efficacia. Annunciò che, se fosse giunto il necessario sostegno del Ministero delle Finanze e della Regione Piemonte, Asti avrebbe celebrato nel 1982 la «1^ Festa del vino italiano», giustificata dal fatto che la città aveva tutti i titoli per proporsi. Tornando poi alla vicenda dell’Asti Nord, un vero nervo scoperto per la storia agricola astigiana, Borello precisò: «Il dissesto dell’Asti Nord (illustrato con toni scandalistici dalla stampa nazionale, che confuse la cattiva gestione con un’inesistente cattiva produzione) diede il colpo di grazia a tutto il nostro patrimonio enologico, accumulato nei secoli passati con la fatica, la professionalità, l’impegno di migliaia di piccoli viticultori.» Le prime difficoltà per i produttori astigiani derivano in primo luogo dal terreno collinare su cui operano: infatti, esso comporta costi di lavorazione tre volte superiori a quelli delle aree di pianura, che hanno rese due o tre volte maggiori. Voler competere con queste zone «significa rassegnarsi a vendere il nostro vino sottocosto [...] Già da allora l’unica via percorribile era quella di produrre vini di pregio, vini nobili, cioè quelli che le nostre colline sono in grado di donarci.» Le nuove strategie per rilanciare il vino nacquero proprio da questi momenti di grave crisi, soprattutto «per evitare che la crisi del vino travolgesse le fragili strutture economiche della nostra provincia, che su 120 Comuni, ne elenca 118 a vocazione vitivinicola.» Al tempo non esistevano ancora né il Vinitaly (nato nel 1966), né il Bibe; Asti volle puntare sulla qualità, che Borello identificò con il marchio della Douja d’or; per essere ammessi al concorso non si pagava, ma si dovevano presentare vini DOC che l’ONAV avrebbe dovuto qualificare con un punteggio di almeno 85/100. All’edizione del 1981 furono registrati oltre 1000 vini, di cui 513 vennero premiati. Borello affermò che, avendo ben conosciuto le più importanti zone vinicole del mondo e specialmente quelle francesi, si poteva affermare che i vini italiani erano tranquillamente in grado di competere con quelli francesi: «Dove invece siamo ancora paurosamente indietro e non riusciamo a recuperare terreno è nell’arte della presentazione, promozione e commercializzazione.»
    I Cavalieri si erano mossi per la valorizzazione delle bottiglie: «… il nostro Ordine non è sponsorizzato da nessuna industria vinicola, né è apportatore di interessi particolari di singoli produttori ... Il nostro Ordine in dieci anni di intensa attività ha provveduto alle investiture di cinque ministri, di pubblici amministratori, di uomini che si sono distinti nel campo delle libere professioni, della cultura e dell’economia.» Molto restava da fare, ma si poteva già registrare qualche successo:

    … non dovuto solo alla fortuna o la caso. Si è lavorato, lavorato molto, tutti assieme: amministratori, Cavalieri, produttori, viticoltori, gente che ama la sua terra, … si è imparato dagli altri e si è tentato di evitare i loro errori, si sono inventate cose nuove, riscoperte cose vecchie. Stiamo lavorando per aprire le prime strade del vino che dovranno essere migliori di quelle francesi, stiamo lavorando attorno ad una proposta di agriturismo di fine settimana, continuiamo a diffondere l’educazione del bere, si sono varate decine e decine di iniziative in Piemonte, nelle altre regioni, all’estero, che abbracciano l’intero corso dell’anno … Si è fatto tutto questo per dimostrare che il nostro vino non è quello sofisticato di cui parlano i titoli, troppi e troppo grandi, dei giornali.

    Nel corso dell’anno si tennero i capitoli della Langa astigiana, quello della
    Douja, in cui riprese il binomio vino – salute (respingendo con forza l’equazione vino = droga = alcolismo e sostenendo che l’alcolismo è assai più elevato nei paesi in cui manca la cultura del vino) e quello della vendemmia. Conclusa la passeggiata tra i filari e giunto il momento dell’orazione ufficiale, Borello s’interrogò sul futuro della viticoltura astigiana, in cui la maggior parte dei vignaioli consegnava la sua produzione alle 38 cantine sociali del territorio, troppo spesso poco attente alla qualità, tanto da ritirare anche le uve non perfettamente mature. Pochi i vignaioli che avevano rinunciato a distruggere le botti e si erano attrezzati per vinificare e vendere in proprio.

    Qual è dunque il futuro della viticoltura astigiana e monferrina degli anni Duemila? Difficile dare oggi una risposta, ma se i dati che abbiamo a disposizione non subiranno un’inversione di tendenza, l’avvenire della nostra viticoltura e dei nostri comuni collinari è già segnato … solo producendo vini di grande pregio potremo salvare le nostre colline ….

    Al Capitolo della vendemmia parteciparono anche gli operatori della Radiotelevisione e molti giornalisti, accolti in modo semplice e genuino dalla Pro Loco di San Marzanotto, al fine di inserirli per qualche ora nella realtà della campagna.

    La nostra gente ha bisogno di solidarietà come l’aria che respira, bisogna far conoscere a tutti le loro condizioni, le difficoltà e valorizzare il frutto del loro lavoro … I francesi, padroni del mercato mondiale, si sono affermati soprattutto grazie al forte e costante appoggio del mondo della cultura e dell’informazione …

    L’anno si chiuse con il Capitolo del tartufo, svoltosi a Canelli il 25 ottobre 1981: furono qui ricordate, fra le tante iniziative della Camera di commercio, le serate gastronomiche invernali riservate alle Pro loco ed il consorzio export dei produttori vitivinicoli astigiani
    .

    Un notevole contributo a quest’azione promozionale è stato portato dall’Ordine dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato, costituito nel1970 … L’Ordine, cercando di fare buon uso del modello delle Confraternite Bacchiche francesi, ha un’ampia possibilità di azione; dall’organizzazione di manifestazioni di propaganda in Italia e all’estero, al mantenimento dei rapporti di amicizia con organismi analoghi di altre zone viticole, dalla promozione di lavori letterari, scientifici e tecnici concernenti i vini, il turismo collinare, i prodotti agro alimentari della regione, alla valorizzazione degli stessi. A dispetto della sovrabbondanza delle cariche, della loro denominazione un po’ ampollosa e dell’abbigliamento dei cavalieri forse inconsueto, l’Ordine attraverso i suoi solenni Capitoli ed il conferimento di insegne a personalità influenti nel mondo della gestione della pubblica amministrazione, della cultura, della scienza, della RTV, della stampa, delle libere professioni, riesce a portare intorno ai vini di Asti ed ai prodotti della sua terra un complesso di consensi e di interessi che già sta producendo i suoi effetti … Desidero sottolineare che in un mondo ormai completamente sponsorizzato, i Cavalieri non inalberano sulle loro insegne il marchio di alcuna industria e non tutelano gli interessi particolari di alcun produttore.

    Ricordò poi il prestigioso incarico avuto dalla Regione di ospitare la stampa vinicola internazionale e dichiarò che l’Ordine era disponibile a rappresentare la Regione nelle più importanti manifestazioni gastronomiche in Italia e all’estero, sull’esempio delle Confraternite bacchiche francesi.
    Infine, concluse informando che la valorizzazione del tartufo aveva suscitato le ire degli Albesi, ma era un dovere irreversibile proseguirla.
    Diverse ragioni, fra cui la morte improvvisa di Franco Sgarbi («esemplare funzionario camerale, sin dal 1968 partecipe dell’avventura dei Cavalieri, al servizio della quale mise la sua intelligenza, cultura e cordialità») impedirono la riunione del Capitolo degli auguri di Natale, per cui i Cavalieri si riunirono per la consueta stesura del bilancio soltanto alla metà del gennaio 1982.
    A Palazzo Ottolenghi, dove si tenne il Capitolo dell’anno nuovo, Borello disse:

    Nel 1981 l’Ordine è cresciuto, sino a 400 Cavalieri effettivi e 147 d’onore; il Consiglio è stato rinnovato, con buoni risultati, primo fra i quali il riconoscimento della dignità di Artista della vite e del vino a uomini del mondo dell’arte che onorano le terre astigiane in Italia e all’estero e che al momento sono cinque: Colli, Argirò, Guarene, Graziola e Attilio Penna. Nel 1981 sono stati celebrati cinque capitoli, con la partecipazione di 700 persone; sono entrati 27 Cavalieri effettivi e tre d’onore (Ezio Enrietti, presidente giunta regionale Piemonte, Michele Moretti assessore al turismo della Regione Piemonte, Guglielmo Tovo, presidente amministrazione provinciale Asti).

    Nell’annunciare i programmi per l’anno in corso indicò due capitoli da tenersi all’estero, uno nelle terre del Beujolais, l’altro a Biberach, per incontri con le locali Confraternite. Aggiunse poi:

    Già nel 1968, prima di dar vita al nostro Ordine, avevamo a lungo discusso sui punti più qualificanti da inserire nel nostro Statuto … ed avevamo anche individuato alcuni programmi che ritenevamo realizzabili nel tempo. Non ci siamo mai nascosti le difficoltà che avremmo incontrato ... forse qualche volta abbiamo peccato di ottimismo o presunzione, ma sono certo ci vorrete dare atto di avere sempre agito animati da sincera convinzione, con caparbia costanza, con regolarità. Impegno, il nostro, che trova rari riscontri nelle tante Confraternite operanti in Italia e all’estero ... dopo quasi quattordici anni, gli obiettivi ed i programmi non hanno ancora trovato un’adeguata risposta ... mentre noi in Italia continuiamo a cercare concreti appoggi, mentre continuiamo a spiegare a politici e produttori quali potenzialità promozionali possiamo sviluppare nel settore della valorizzazione e commercializzazione … le Confraternite di altri paesi, sostenute dalla mano pubblica e dai produttori, camminano speditamente, conquistando un mercato dopo l’altro.

    Sulla strada della riscoperta delle antiche tradizioni, Borello spiegò che molte Pro loco, dietro lo stimolo della Camera di Commercio, stavano promovendo la ricerca di contadinerie, attrezzi dell’artigianato, proverbi e canti popolari, ecc..: « Tutte queste cose potrebbero diventare punto di riferimento per gli studiosi di un mondo che non esiste più, ma che ancora molto può insegnare». Propose che l’Ordine legasse il suo nome alla realizzazione di un museo della vite e del vino (sul modello di quel che era stato realizzato nel castello di Aigle, in Svizzera, dalla Confrerie du Guillon) collaborando con la Camera di Commercio per «dar vita ad antiche botteghe artigiane ed alla raccolta di vecchi strumenti di lavoro dei nostri contadini».
    Quanto allo sviluppo del turismo, Borello ritenne che, nonostante il momento poco propizio, si dovesse puntare su di un’offerta turistica rivolta alle fasce meno abbienti:

    … Sono in grado i nostri 120 Comuni di rispondere a questo tipo di domanda turistica? … dopo alcuni anni di studio mi sono convinto che le terre di Asti e del Monferrato, alla pari delle Langhe e dell’Albese, hanno tutte le caratteristiche di territorio vocato ad un turismo enogastronomico di fine settimana. Ma per ottenere risultati positivi, i nostri ristoranti dovranno modificare la politica degli alti prezzi, per consentire l’accesso anche agli strati di popolazione di medio e basso reddito.

    Nel successivo Capitolo della luna di marzo si commemorò invece Guido Artom (Cavaliere d’onore, giornalista e scrittore) che aveva promesso di partecipare ai lavori, ma era purtroppo deceduto poco prima: Borello parlò dell’antica tradizione del “pane di Carlo Alberto”, fatto con gherigli di noce e pezzetti di acciughe salate, distribuito ai soldati in occasione delle feste.
    Un’iniziativa che ebbe notevole risonanza (e che Borello avrebbe in seguito più volte ricordato come esempio della possibilità di azione dei Cavalieri) fu il Capitolo delle acque del Tanaro, svoltosi a Castello d’Annone il 23 aprile 1982.
    Alla richiesta di qualche Cavaliere sul perché i Capitoli si tenessero sovente in campagna, anziché in hotel o in sedi istituzionali, Borello rispose che si doveva far crescere ad ogni livello la sensibilità per la tutela ambientale: ricordò che in Germania esisteva fra la superficie del Paese e quella dei parchi nazionali un rapporto del 10%, in Inghilterra del 5,85%, in Svezia del 2,24%, in Italia dello 0,63%.

    La protezione dell’ambiente non è un lusso dei paesi ricchi, bensì un’irrinunciabile esigenza di vita, anche perché il patrimonio ambientale, oltre a rappresentare un’insostituibile ricchezza, una volta degradato sarà impossibile da recuperare … Occorre muoversi dal basso per recuperare un patrimonio nostro e delle future generazioni. In quest’ottica s’inquadra l’odierno Capitolo, dedicato alle acque del Tanaro, fiume che potrebbe rappresentare un’importante ricchezza per le nostre terre, ma che purtroppo continua a scorrere ignorato e abbandonato … I laghetti che si formano dall’estrazione della ghiaia non costituiscono un complesso armonico inserito nel paesaggio, ma sono oggetto di scarichi abusivi, solidi e liquidi … mentre i gorreti e la vegetazione lungo l’alveo del fiume mettono in vetrina immondizia di ogni genere. Asti è una delle poche città al mondo che ha emarginato il suo fiume: basti ricordare cosa rappresentano i corsi d’acqua per Roma, Firenze, Torino, Londra, Parigi, Budapest, ecc. .

    Sottolineò che lungo le rive vi erano ormai soltanto erbacce infestanti e ribadì l’inutilità delle denunce del degrado dovuto alla latitanza delle amministrazioni, se i cittadini restavano indifferenti, contribuendo anzi al degrado ambientale.

    Il Capitolo vuole risvegliare la sonnolenta opinione pubblica, far giungere messaggi alle autorità competenti … la campagna non è un luogo idilliaco, è un paesaggio, è uno scenario costruito dall’uomo nel corso di generazioni: questo paesaggio va difeso e tutelato, non solo con le leggi, ma con la partecipazione attiva della gente.

    Il Capitolo della
    Douja si tenne a Costigliole il 16 settembre 1982 e servì a ricordare che la manifestazione era stata proclamata Festa del vino italiano. Borello affermò che per un’efficace promozione sarebbero servite risorse al momento non disponibili, per cui invitò i cavalieri a dare il meglio, utilizzando tutte le loro possibilità e conoscenze per diffondere in Italia e all’estero il valore del sigillo della Douja. Condannò poi l’esterofilia degli italiani e invitò «ad abbandonare l’idea che lo spumante sia solo lo champagne francese: all’estero questa idea è ancora più radicata e i francesi, sostenuti da quarant’anni di intelligente propaganda e da un’efficiente politica commerciale, la fanno da padroni, relegando i nostri vini al posto di comparse, di serie B …». Citando con gratitudine il presidente Pertini che, in occasione della visita di Ronald Reagan in Italia, per la prima volta aveva fatto servire in un pranzo ufficiale tutti vini italiani, comunicandone la lista a stampa e televisioni, esclamò: «questo è il modo corretto per sostenere il made in Italy».
    Fra i più importanti avvenimenti dell’anno vi fu la ricorrenza dei cinquant’anni di attività del Consorzio Asti Spumante, al quale fu dedicato un Capitolo straordinario, tenutosi il 18 settembre a Costigliole. Nel discorso introduttivo Borello si rammaricò per i contrasti scoppiati durante l’anno fra produttori italiani e francesi, proponendo che alle Confraternite fosse affidato il compito di mediare nei contrasti di carattere enologico fra Paesi diversi:

    Facciamo in modo che le nostre Confraternite diventino una specie di ONU enologico, promettiamo di evitare sterili conflitti, proponiamoci singolarmente come intermediari per comporre dissapori fra i viticoltori dei nostri paesi e come organismo internazionale delle dispute sul tema del vino.

    Aggiunse poi: «Perdonate, cari amici francesi, queste battute un po’ umoristiche e un po’ megalomani, ma da esse può nascere qualche idea! ». Quanto al Consorzio, ricordò che, pur essendo stato istituito nel 1932, esso era già operante nel 1931, quando dal Ministero Agricoltura e Foreste fu emanato il decreto che prevedeva «la delimitazione dl territorio di produzione dell’uva Moscato d’Asti». In cinquant’anni lo spumante aveva conquistato il mondo, «con una produzione che supera i 60 milioni di bottiglie, di cui 45 milioni vendute all’estero. Sono cifre che si commentano da sole: oggi l’Asti è lo spumante DOC più esportato nel mondo, dopo lo champagne». Le parole di Borello risultano ancor più vere oggi, alla luce dei dati forniti dal Consorzio per il 2011, in cui è stata dichiarata una produzione di 106 milioni di bottiglie,
    di cui 85 milioni di Asti (+15% rispetto al 2010) e 25 milioni di bottiglie di Moscato tappo raso (+29% rispetto al 2010).
    Nel successivo Capitolo del tartufo,
    rivendicò i meriti della Camera di Commercio nell’azione promozionale, aggiungendo ironicamente: «non voglio dilungarmi in plausi verso l’Ente Camerale, che d’altronde devo pronunciare a nome di voi tutti, perché non vorrei che il Borello Gran Maestro fosse accusato di troppa simpatia verso il Borello presidente».
    Un singolare vignaiolo ricevette il riconoscimento dell’Ordine nel corso del Capitolo della vendemmia, svoltosi nella Casa parrocchiale di Castagnole Monferrato: infatti, ad essere premiato per i suoi meriti fu don Giacomo Cauda, un sacerdote da diciotto anni responsabile della parrocchia e conduttore in prima persona di un’azienda di 72 giornate, di cui 13 coltivate a vite, con una produzione di ottimi Barbera, Grignolino e Ruchè. Non mancò il ricordo dei tempi andati, quando la vendemmia era una festa con canti e allegria, con tanta gente fra i filari, pranzo in comune con pane, uva e gorgonzola, mentre oggi «il silenzio pesa sulle colline, gli unici segni di vita sono il crepitio dei trattori e lo scoppiettare del motore delle auto».
    Infine, il Capitolo di Natale, svoltosi a Bardonecchia, fu occasione per celebrare il grande pittore astigiano Giuseppe Manzone, all’epoca novantacinquenne, che aveva autenticato e firmato il suo menu d’autore: l’età avanzata e la salute malferma non consentirono all’artista di partecipare, ma il suo saluto ai presenti fu letto da Pierluigi Sacco Botto. Nel commosso silenzio di tutti, risuonarono queste parole di Manzone: «la fiducia è l’anima mia e la speranza mi ingigantisce il cuore; anch’io sogno cose grandi, poiché il sognare è il più gran bene concesso da Dio agli uomini» .
    In riferimento all’attività svolta, il Gran Maestro ritenne positivo il bilancio 1982: infatti, due mesi dopo il Capitolo del Tanaro,

    fatto per richiamare l’attenzione delle autorità regionali sul degrado delle riviere di questo fiume e sulla loro inerzia verso il parco naturale di Rocchetta … l’assessorato regionale al turismo convocava una riunione in loco e discuteva con gli amministratori locali le nostre proposte, avviando a soluzione i primi importanti problemi. Ecco un modo pratico per servire le nostre collettività, per fare da cassa di risonanza alle istanze dei nostri agricoltori …

    Ricordando il successo «dei corsi di degustazione e di gastronomia, condotti magistralmente dal guardasigilli Adriano Rampone e dal maestro di cucina Pier Luigi Sacco Botto» concluse:

    ciò che più conta è che il 1982 ha definitivamente segnato la fine di un’abitudine che rischiava di confondere il nostro Ordine, fondato per far rinascere usi costumi e tradizioni popolari, con una delle tante confraternite di gaudenti … i nostri cavalieri oggi partecipano compatti a tutte le fasi di ogni capitolo, dimostrando interesse a riscoprire i segreti e i valori della grande civiltà contadina.

    Infine, anche se in pratica non erano poi così attivi, ricordò che facevano parte dell’Ordine ben sette ministri, di cui due presenti nel governo all’epoca in carica, ossia Giovanni Goria e Francesco Forte.
    I documenti relativi al 1983 attestano una notevole attività, iniziata in febbraio con una polemica dei Cavalieri a proposito delle origini di
    Gianduja: l’Ordine rivendicò, in un affollatissimo Capitolo svoltosi a Callianetto, le origini astigiane della maschera, re del Carnevale piemontese, di contro a chi lo voleva di Racconigi.
    La polemica finì sui giornali e diede parecchia pubblicità alla terra astigiana. In questo Capitolo, Borello ricordò gli inverni del passato, le veglie nelle stalle, i racconti, le
    ribote organizzate nelle lunghe e fredde sere invernali:

    in genere c’era da mangiare una lepre messa a frollare nella neve, qualche porcellino d’India (pron) o la sempre gradita bagna caoda. Si faceva economia e toccava alle donne tirare avanti con il poco che c’era; dal medico si andava poco e il ricovero in ospedale era una delle più gravi disgrazie che poteva capitare. Non c’era pensione e i vecchi restavano in famiglia, soggetti ai figli, ma rispettati. In mezzo a tante fatiche e tanti sacrifici c’era però anche la solidarietà che spingeva ad aiutarsi reciprocamente per trebbiare, vendemmiare, sfogliare il granturco o per tirare il vino.

    Il mese successivo, nelle cantine di casa Bersano, si tenne il Capitolo della luna di marzo; 150 partecipanti ascoltarono con attenzione la relazione del prof. Usseglio Tomasset, mentre Borello dichiarò che dalla vendemmia 1982 era nato un vino paragonabile a quelli delle annate 1961 e 1974.
    La conviviale di primavera si fece in maggio, al castello di Costigliole, il cui ristorante aveva da poco inaugurato una nuova gestione; nel mese di giugno la FIVS (Federation International vin et spiritueux) si riunì in Piemonte per la sua 32^ assemblea annuale e visitò il castello di Costigliole, dove si celebrò un Capitolo in onore degli ospiti, provenienti da tutte le nazioni vinicole del mondo.
    Nel suo indirizzo di saluto Borello spiegò gli obiettivi dei Cavalieri, dopo essersi interrogato sulla loro essenza: «Perché cavalieri? Perché questa figura si identifica con quella dell’uomo libero, che sceglie e persegue con convinzione, costanza e serietà, il suo ideale». Aggiunse poi che nella pluriennale vita dell’Ordine erano stati celebrati solo quattro Capitoli straordinari, in occasioni diverse, ma tutte ugualmente importanti: il primo per festeggiare i delegati al congresso dell’Office international du vin; il secondo in onore di una visita di alcuni ministri della CEE; il terzo in occasione del congresso mondiale della stampa enogastronomica; il quarto per celebrare il 50° anniversario della nascita dell’Asti Spumante. «Quello di oggi, il quinto, si celebra in un momento grave per la viticoltura internazionale … Il vino, per anni considerato un fedele amico dell’uomo, è da qualche tempo inquisito, tacciato di nocività, accomunato addirittura alla droga».
    Nel mese di giugno i Cavalieri si ritrovarono ad Antignano per il Capitolo della trebbiatura, ma la pioggia rovinò la festa agli oltre 160 intervenuti. Il Gran Maestro trovò accenti lirici nel ricordare che

    pochi profumi hanno il potere di far rallentar il passo, regalar un attimo sereno, strappare un sorriso, come quello del buon pane appena sfornato ... L’avanzare della tecnica ha sollevato l’uomo da molte fatiche ma, almeno in questo caso, gli ha tolto qualcosa. I mostri che in poche ore divorano e trebbiano ettari di spighe hanno certamente risparmiato molto sudore, ma hanno disperso vecchie canzoni e cancellato momenti in cui lavoro e festa si confondevano … A sera, quando i sacchi erano accatastati, le note di una fisarmonica trasformavano il cortile in pista da ballo e il vino, le canzoni e l’allegria facevano dimenticare la fatica del lavoro … Vedremo e rivivremo tutto questo grazie ad un mago, Valentino Quaglia, che con l’aiuto della sua trebbiatrice veterana … farà scorrere all’indietro il tempo, fino ad un pomeriggio di trenta o quarant’anni fa.

    Borello rimarcò che l’incontro voleva sottolineare l’impegno dell’Ordine nella rivalutazione delle attività agricole e nella tutela dell’ambiente agreste. «Ad ogni nostra azione tesa a sottolineare, nel modo più consono agli Statuti, qualche problema, è seguita un’immediata risposta. Cito per tutti l’esempio del Capitolo dedicato alle acque del Tanaro, cui è seguito un pronto risveglio d’attenzione da parte delle forze politiche e sociali a proposito della difesa del fiume».
    Il 15 settembre 1983 si riunì al castello di Costigliole il Capitolo della Douja, con i figuranti del Palio; i medici iscritti all’Associazione Nazionale Amici della Vite e del Vino (A.N.A.V.V.) resero pubblica una loro «Dichiarazione sul vino» che ne riassumeva tutte le proprietà benefiche: la stampa fornì notevole eco al documento e ne nacque un dibattito. Il commento di Borello fu il seguente:

    Ben vengano le polemiche se sono utili a chiarire le idee ai consumatori confusi da tanto allarmismo sui consumi di alcool, diavolizzando il vino come artefice nefasto di irreparabili danni all’organismo e dimenticando regolarmente che esistono consumi smodati di altre sostanze che scatenano reazioni ben più gravi nel corpo e nella mente umana.

    Nel corso del Capitolo furono proclamati diversi nuovi cavalieri d’onore ed effettivi, fra i quali l’allenatore della Juventus Giovanni Trapattoni, mentre il titolo di Artista della vite e del vino toccò allo scenografo Eugenio Guglielminetti.
    L’autunno porta tartufi ed è proprio durante l’omonimo Capitolo, tenutosi a Canelli, in Casa Gancia, che Borello lesse una lettera da lui spedita a Davide Laiolo, il quale, sul «Corriere della sera», aveva scritto un articolo intitolato: “Sulle Langhe si sciolgono i cani». L’intervento di Borello fu teso a contestare l’ubriacatura di Langa che colpiva scrittori, giornalisti e pittori, rendendo suggestiva e mitica soltanto la natura cantata da Fenoglio e Pavese. Borello ricordò a Laiolo che esistevano anche altri luoghi per il tartufo, da cui venivano anzi quelli che finivano a profumare i cesti sulle tavole langarole. Invitò dunque Lajolo a parlare anche dell’Astigiano, dicendogli: «Vinchio è un bellissimo punto panoramico fra Monferrato e Langa; nelle sue passeggiate, per una volta, indugi con lo sguardo sulle colline che arrivano fino al Tanaro, lasciandosi alle spalle, per una volta, quelle del Belbo». Infine, ricordò che il tartufo serviva a valorizzare il territorio e che le «aste del tartufo» di Montiglio, Castagnole Monferrato e Mombercelli avevano triplicato la popolazione di quei paesi, portando la città in campagna. Durante il Capitolo furono accolti come Cavalieri effettivi il dietologo Giorgio Calabrese ed il dott. Roberto Rampone, chimico e figlio di Adriano, storica figura dell’ONAV.
    Il Capitolo di Natale, il 4 dicembre 1983 a Cocconato, servì a fare il punto sulle attività svolte: nel corso dell’anno, oltre all’attività ordinaria, i Cavalieri avevano preso parte al Capitolo della Cofradia del Cava a San Sadurni de Noja, in Spagna (22 aprile), alla cerimonia del 25° anniversario di fondazione della Confraternita della vite e del vino a Trento (23 aprile), al raduno delle Confraternite della vite e del vino «Vin Mondo 1983», svoltosi a Gorizia il 4 settembre 1983. Un cenno meritano le parole rivolte da Borello alla figura degli acciugai, che lo avevano invitato ad una loro cena:

    Me li ricordo, quand’ero ragazzo, girare con il carrettino che mandava effluvi di mare concentrato nelle loro latte piene di acciughe argentee. Brache di velluto, grembiule di tela blu, carta gialla e ruvida per fare involti dal profumo forte e inconfondibile … i sopravvissuti di quella schiera si sono riuniti a cena ed hanno rievocato episodi, storia, ricordi, tradizioni e curiosità.

    Ai Cavalieri, ottimi conoscitori del panorama della gastronomia locale, Borello ancora parlò dei costi troppo elevati dei ristoranti: «Bisognerà affrontare con grande sincerità il grave problema della ristorazione astigiana che, pur essendo una tra le migliori d’Italia per servizio e cucina, rischia di diventare la più temuta per i prezzi che impone agli avventori …»
    A fine inverno, il 3 marzo 1984, giunse il momento dei bilanci e il Gran Maestro presentò il consuntivo dell’attività svolta nel triennio 1981-84 dal Gran Consiglio, che in questa data celebrava il suo ultimo Capitolo: si erano riuniti 23 Capitoli, di cui tre straordinari (per il 50° dell’Asti spumante, per il congresso mondiale della stampa enogastronomica e turistica, per la 32^ assemblea generale della FIVS) e complessivamente avevano preso parte alle riunioni circa 2.500 persone, mentre 152 nuovi Cavalieri effettivi erano stati accolti.
    L’Ordine risultava composto da 611 Cavalieri, di cui 440 effettivi, 143 d’onore, 15 Buoni vignaioli e 13 Artisti della vite e del vino. Borello sottolineò che il Consiglio lasciava un’eredità sana, con un bilancio anche economico in attivo, e ringraziò l’ambasciatrice del vino, Renata Rampone, oltre ai funzionari della Camera di Commercio Vittorino Pia e Aldo Roggero, «la paziente signora Tomalino» e tutti coloro che avevano sostenuto i cavalieri nella loro opera. Nell’occasione era prevista la votazione per il nuovo consiglio, mentre quello uscente risultava composto da Giovanni Borello, Mario Accossato, Piero Bava, Edoardo Bechis, Sergio Bregni, Amilcare Gaudio, Gianni Montalbano, Agostino Oddone, Domenico Rainero, Adriano Rampone, Vincenzo Ronco, Pierluigi Sacco Botto, Alessandro Sodano.
    Le elezioni produssero un notevole rinnovamento, cosicchè il neo eletto Consiglio (che ebbe ancora Borello alla sua testa) risultò composto, in ordine di preferenze, da Borello, Rampone, Sodano, Bregni, Sacco Botto, Pippo Sacco, Bonaccorsi, Bracciale, Accossato, Rainero, Pipinato, Briola, Bava, Gaudio, Bechis: il collegio sindacale fu affidato a Bergaglio, Bava e Rosina. Il 14 marzo 1984 vi fu una seconda riunione per l’insediamento delle nuove cariche.
    L’azione svolta dall’Ordine fu ricordata nuovamente il 14 settembre 1984, nel Capitolo della
    Douja:

    Un Ordine nato per difendere vini e tradizioni … può sembrare leggermente futile. Ma chi conosce la situazione in cui si trovavano vent’anni fa queste terre e questi vini sa che non è così. L’Astigiano ed il Monferrato, di secolare tradizione vitivinicola, erano considerati il serbatoio di vino da osteria, di quella “Barbera” tra virgolette, con cui si identificava ogni vino rosso che avesse un legame di parentela con Asti e provincia. Oggi questa situazione è radicalmente modificata anche grazie all’operato di noi Cavalieri … persone disposte ad impegnarsi per una causa giusta. E tutto ciò senza nessun particolare interesse … di qualche industria o azienda agricola; cosa che purtroppo avveniva ed avviene in altre sedi.

    A dimostrazione della veridicità delle sue parole, Borello citò il sindaco di Miami, Johnn Lloyd, che nel 1983 aveva assistito ad un capitolo dei Cavalieri e che stava per essere nominato Cavaliere: «Ha avuto modo di interessarsi all’attività dell’Ordine, restandone talmente entusiasmato da voler inserire immagini tipicamente astigiane in una grande manifestazione folcloristica organizzata nella sua città.»
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    Infine, ricordando la prossima conclusione del suo incarico di presidente della Camera di Commercio, disse:

    Questo è l’ultimo anno che seguo la Douja in veste di presidente della Camera di Commercio di Asti … è inutile che vi dica la mia commozione … perché la Douja vive tutto l’anno, nei progetti, negli esami selettivi, nella bottiglia con il «bollino» trovata in bella mostra in un ristorante all’altro capo d’Italia. Ho avuto modo di seguire la Douja dall’esordio, quand’era una timida rassegna locale, e ho avuto l’orgoglio di vederla riconoscere ufficialmente Festa del vino italiano. Posso andarmene soddisfatto … continuerò a seguirla con voi, con il nostro impegno di paladini del vino che nella Douja hanno e non potrebbero non avere un punto di riferimento essenziale.

    L’impegno dei Cavalieri fu ribadito poche settimane dopo, al Capitolo del tartufo di Canelli:

    Cercar tartufi è un lavoro … il cui frutto, purtroppo, per anni e anni è andato a dar lustro ad altre zone che, vicine o lontane, si insignivano del titolo di patria del tartufo. Questo sino a che non sono nate le aste e le altre manifestazioni collaterali che, organizzate dalla Camera di Commercio, hanno riportato le cose in una dimensione veritiera … I Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato, in anni di attività, hanno condotto e vinto non poche battaglie in favore di prodotti, tradizioni, genuinità che rischiavano di essere soffocate … bisogna insistere su quanto, in termini industriali, si chiama indotto; occorre valorizzare la componente enogastronomica perché tutto l’insieme sia all’altezza, comunque e dovunque, del suo prodotto leader … A quest’azione, ancora una volta, i Cavalieri daranno tutto il loro appoggio …

    Nel Capitolo di Natale il Gran Maestro rivendicò con orgoglio la specificità dell’Ordine:

    Dal 1970 ad oggi abbiamo registrato molti successi, superato momenti d’incertezza e di stanchezza, abbiamo operato con molto impegno per dare un’immagine di grande prestigio al nostro Ordine. … Oggi sono molte, forse troppe, le associazioni, i clubs, le Confraternite che operano in Piemonte ed in Italia … da questa situazione confusionale si stacca il nostro Ordine … che per la sua serietà, per il valore, le prerogative e l’eminenza dei propri aderenti, è diventato l’unico punto di riferimento per le autorità centrali, regionali, o per le organizzazioni professionali, ogni qualvolta si vogliano celebrare con rito solenne importanti avvenimenti legati alla civiltà contadina. Nostro obiettivo primario è quello di portare alla luce i tesori delle bellezze naturali, della schietta ospitalità della gente, delle tradizioni e dell’immenso patrimonio culturale del nostro Monferrato, sistematicamente ignorato perché non conosciuto dai mass media e da fior di intellettuali che non perdono occasione per continuare ad esaltare solo le Langhe, quasi fossero la terra promessa … Qualcuno potrà anche sorridere di queste enunciazioni, ma senza miti, senza una bandiera attorno alla quale raccogliersi e battersi, quale civiltà è mai fiorita?

    Nell’anno, oltre ai Capitoli sopra citati, i cavalieri si erano ritrovati per il Capitolo di primavera (o dell’asparago) alla Martini e Rossi di Pessione, per i Capitoli della trebbiatura e del pane (con cena al ristorante «Moro», sulla riva del Tanaro) e per il Capitolo straordinario dedicato alla grappa.

    Nel Capitolo straordinario (il sesto) organizzato per i partecipanti al «2° Simposio internazionale sul vino, alimento dell’uomo moderno» e svoltosi la sera del 7 giugno 1984 nel Castello di Costigliole, Borello si rivolse ai partecipanti definendoli «il Gotha scientifico» e spiegando loro che la vite era coltivata sulle nostre colline cinque secoli prima di Cristo; attraversando le diverse epoche era giunta sino al XIV sec. , a partire dal quale la vite era divenuta parte integrante dei colli, della vita e della storia della terra astigiana. Si trattava perciò di un’autentica civiltà, che l’Ordine si era impegnato a difendere, pur in un momento grave per la vitivinicoltura internazionale.

    I cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato non si avvolgono certo nei loro sontuosi mantelli per mimetizzare un’identità di forti bevitori … essi considerano l’uso oculato e moderato del vino un atto di religiosità nella mensa quotidiana, il complemento indispensabile ad un’alimentazione sana.

    In conseguenza della campagna diffamatoria contro il vino si era registrata una drastica riduzione dei consumi, passati dai 113,7 litri pro capite del 1970 agli 83,5 litri del 1983: al calo del vino si era però accompagnata la crescita del consumo di birra, grazie ad una pubblicità sostenuta da potenti gruppi industriali.

    Le nostre radici mediterranee sono attaccate da questa bevanda nordica, standardizzata e in scatola, a volte molto più alcolica del vino e molto più nociva … L’ondata della birra ci travolge dalle miriadi di locali “finta Bavaria” o “finta vecchia Inghilterra” che nascono come i funghi nelle nostre città …

    Per il 1985 vale la pena ricordare il Capitolo della luna di marzo, svoltosi sabato 30 marzo nel salone della Provincia di Asti: vi parteciparono numerosi imprenditori astigiani, invitati per fare il punto sui problemi che rischiavano di determinare il declino della città e per individuare le strategie di rilancio. Nel corso della cerimonia furono proiettate le diapositive presentate al concorso fotografico nazionale indetto dal Circolo Morando sul tema «Il vino e la sua civiltà», cui avevano aderito 278 fotografi, inviando 1872 immagini; i vincitori, il torinese Claudio Penna e Tiziana Pallaoro di Trento, furono proclamati Artisti della vite e del vino.
    Al Capitolo svoltosi a Casa Cinzano, in Santa Vittoria d’Alba, il 18 maggio 1985, furono invitati Giovanni Bressano, presidente della
    Famija Albeisa ed il Maestro Reggente dell’Ordine dei Cavalieri di San Michele del Roero, Carlo Rista. Borello elencò i punti in comune esistenti fra Langa, Monferrato e Roero, definendo poi le ricorrenti contrapposizioni fra Asti ed Alba, a proposito di vini e tartufi, come note di colore e come espediente per animare le proprie manifestazioni folcloristiche, «una specie di gioco al qualche, qualche volta, ho io stesso partecipato» mentre, in realtà, queste due zone sono caratterizzate da comunanza di culture e di interessi economici.
    Nella sua relazione Borello tratteggiò inoltre le figure dei «maestri distillatori» Carlo Stefano e Giovanni Giacomo Cinzano, che avevano iniziato la loro attività a Torino nel 1757; verso il 1850 Francesco Cinzano era passato alla fabbricazione del vermouth, che ebbe tanta fortuna da spingerlo a trasferire l’azienda a Santa Vittoria d’Alba. Qui sviluppò la sua attività, in un primo momento affittando dai Savoia il feudo detto «
    L’muscatel», di cui, verso la fine dell’Ottocento, divenne proprietario.
    Nel frattempo la ditta era divenuta famosa anche in America, soprattutto per le sue bottiglie di Barolo, Nebbiolo e Moscato: il «figlio legittimo» del Moscato è lo spumante che oggi è l’ambasciatore d’Italia nel mondo.
    Per il 12 ottobre 1985, a Costigliole, fu indetto invece il Capitolo del quindicennale, che
    si svolse alle 19.00 nel teatro comunale e fu seguito da una fiaccolata verso il castello, nella cui Enoteca venne imbandita la cena d’onore. Borello presentò il Capitolo come occasione per un esame critico e per una verifica dell’attività svolta, con l’obiettivo futuro di ridurre sempre più il distacco culturale fra città e campagna, impegnandosi contro la distruzione dell’ambiente e della cultura contadina: sottolineando i risultati positivi raggiunti, il Gran Maestro espresse la sua amarezza per le difficoltà incontrate ogniqualvolta che dalla fase progettuale si era voluto passare a quella operativa, pur avendo sempre i progetti dell’Ordine costi molto limitati, in rapporto ai benefici culturali, sociali e economici che avrebbero potuto fornire. Ricordò:

    … il 12 settembre si è festeggiato il 15° anniversario celebrando un capitolo straordinario nel castello di Costigliole per rivivere alcuni momenti dei fasti di corte legati al Risorgimento e all’Unità d’Italia. E’ stato un capitolo esclusivo riservato a pochi invitati, realizzato dalla RAI TV che, sotto l’esperta regia di Massimo Scaglione, ha girato un filmato destinato ad esaltare in Italia e all’estero l’attività dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato.

    Furono ben quattordici i nuovi cavalieri che furono chiamati a far parte dell’Ordine durante questo Capitolo.
    Nel successivo Capitolo del tartufo Borello polemizzò con la carente pubblicizzazione delle aste del tartufo in provincia di Asti e nel Monferrato, contestando ancora una volta i prezzi troppo elevati della ristorazione astigiana. Proclamò poi Artista della vite e del vino il regista Massimo Scaglione, autore del filmato dedicato alla contessa di Castiglione, girato nel castello di Costigliole: per concessione della RAI, i cavalieri avrebbero potuto vedere il filmato in anteprima sulla sua messa in onda, avvenuta alle 19.30 del 31 dicembre 1985.
    Nel 1986 un evento terribile si abbatté sul mondo del vino: occupò le prime pagine di tutti i mezzi di comunicazione la notizia che il 17 marzo erano rimaste intossicate parecchie decine di persone che avevano acquistato vino a basso prezzo nei supermercati di Piemonte, Liguria e Lombardia. Tutte avevano bevuto da bottiglie provenienti dalle cantine della ditta Ciravegna di Narzole, in provincia di Cuneo: nei giorni e nelle settimane successive il quadro si fece drammaticamente più chiaro, fino alla constatazione di 19 decessi (14 uomini e 5 donne) e di gravissimi danni personali, quali cecità e danni neurologici. La causa della tragedia fu attribuita ad un’elevatissima percentuale di metanolo che Giovanni e Daniele Ciravegna avevano utilizzato per aumentare la gradazione alcolica di vini di infima qualità. Una dopo l’altra, si scoprirono poi altre sofisticazioni in diverse località (Emilia, Toscana, Puglia), cosicchè la vicenda acquistò enorme risonanza non solo in Italia, ma in tutti i paesi importatori di vino italiano, con gravi ripercussioni sul mercato vinicolo in generale: nel 1985 l'
    export italiano era cresciuto del 17% in quantità e del 20% in valore, mentre il 1986 si chiuse con una contrazione del 37% degli ettolitri venduti e con la perdita di un quarto del valore incassato l'anno prima.
    Come risposta a questi fatti, l’anno successivo sorse l’Associazione Città del vino, allo scopo di tutelare la qualità e di impedire che si verificasse un altro scandalo disastroso com’era stato quello del metanolo che tuttavia, paradossalmente, ebbe risvolti positivi, contribuendo a rendere indispensabili e urgenti il controllo, la difesa e la promozione della qualità, tutti concetti che da anni Borello aveva ribadito in ogni occasione.
    Il 28 maggio 1986 si tenne a Costigliole il Capitolo straordinario in onore del Comitato italo britannico per il settore vitivinicolo, cui parteciparono alti funzionari del Ministero dell’agricoltura, il dirigente dell’Ufficio commercio estero, il presidente (Tasker) ed il direttore (Insoll) della Wine Spirit Association, oltre che il presidente del comparto italiano della medesima (Giordano). Borello spiegò che le colline coprivano l’85% del territorio astigiano: non vi erano alternative alla coltura della vite, se non l’abbandono al bosco o al gerbido.

    Agli inizi degli Anni Sessanta, gli anni dell’industrializzazione del Paese e dell’esodo dalle campagne, gli operatori pubblici e privati avevano di fronte due scelte: bosco o vite? … Mi ricordo che si discusse molto, le idee erano tante e spesso contrastanti, ma alla fine prevalse l’unica via che la maggioranza degli operatori e delle organizzazioni professionali ritenne con il tempo poter risultare vincente. Si puntò tutto su una politica mirata a produrre vini di pregio … colmato il distacco sul piano tecnico e qualitativo con i vini francesi, occorreva convincere il mercato ad acquistare i nostri vini, lanciando una serie di messaggi credibili per la loro serietà.
    La garanzia di qualità fu offerta con il sigillo della Douja: tuttavia

    quando, dopo vent’anni di duro lavoro si incominciavano a raccogliere i primi frutti di questo articolato programma, improvvisamente un violento uragano ha colpito tutto il mondo del vino italiano ed in particolare quello piemontese, anche se i criminali che hanno messo il metanolo nel vino vivono al di fuori di questo mondo.

    Si è perciò «riconfermata in tutta la sua urgenza la necessità di recuperare il mercato, infondendo nuova fiducia e certezze nel mondo dei consumatori», che dovranno imparare a riconoscere la qualità, se vorranno sottrarsi «per il vino ed altri prodotti alimentari, alle facili lusinghe di pochi squallidi profittatori di mercato». L’Ordine dei Cavalieri avrebbe vigilato ed operato in ogni modo per difendere e promuovere i vini di qualità. Il Gran Maestro così terminò il suo intervento:

    In Asti, in Piemonte, in Italia, si producono vini di pregio e genuini e la produzione è tale e tanta da soddisfare tutte le richieste del mercato nazionale ed estero; il resto, il surplus, sono come le sterline false, basta saperle distinguere e denunciare i falsari. Concludo con un proverbio di un saggio inglese del XVI sec.: Il vino fa buon sangue, il buon sangue dà buon umore, il buon umore ispira buoni pensieri, i buoni pensieri spingono alle buone azioni e le buone azioni portano al Paradiso.

    La tempesta che stava sconvolgendo l’enologia astigiana condizionò inevitabilmente il tenore delle riunioni dei Cavalieri, ai quali parve che tutta l’azione sino ad allora svolta fosse destinata a svanire nel nulla, sotto l’onda di uno scandalo di risonanza mondiale. Tuttavia, nel capitolo della
    Douja del 18 settembre, Borello ribadì lo slogan «bevete sotto la nostra responsabilità», mentre a Moncalvo si impegnò nella promozione del tartufo, riconoscendo a questa città il merito di averlo per prima valorizzato. Nel Capitolo degli auguri di Natale il Gran Maestro condannò il pesante inquinamento dei terreni a causa dei pesticidi utilizzati in agricoltura, destinati a riversarsi nei fiumi, trasformati in vere bombe ecologiche, perché gli impianti di depurazione non bastavano a vincere gli effetti dell’atrazina. Sottolineò la crescente solitudine ed emarginazione della gente di campagna, tolta ai ritmi di produzione e di vita che da sempre conosceva e vide nell’azione della Compagnie du Sarto della Savoia e dell’Ordine dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato il comune intento di opporsi a questa situazione: quanto all’anno che si stava chiudendo, Borello disse di voler dimenticare il metanolo.
    Nel corso di una serata organizzata dal Rotary club di Asti Borello presentò una relazione sul rilancio della viticoltura astigiana, individuando le seguenti cause di crisi: la vicenda dell’Asti Nord, dovuta ad una gestione disordinata, ma accomunata dalla stampa alla bassa qualità; la piaga delle sofisticazioni degli anni Sessanta che, pur avendo radici in altre regioni, erano state evidenziate nella nostra provincia, soprattutto grazie all’efficienza degli organi antifrode operanti sul territorio; la grandine e le avversità atmosferiche che si erano susseguite ininterrotte per anni, avvilendo e scoraggiando molti viticoltori. Negli anni Sessanta vi erano state le più dure proteste contadine del secolo, con i trattori che più volte avevano bloccato le strade, l’occupazione di sedi istituzionali e l’abbandono delle campagne. Bisognava lavorare a favore dei produttori e dei consumatori e proprio a questo fine erano nate la
    Douja e il Festival delle sagre, entrambi all’insegna della qualità.
    I successi erano stati molti, ma restavano alcuni obiettivi non realizzati, fra cui Borello ne sottolineò tre: «il ristorante del buon vino», una bottiglia tipica monferrina e le «strade del vino».
    Il 1986 era stato l’anno nero della viniviticoltura italiana, il metanolo aveva fatto temere di veder vanificato il lavoro svolto. La Camera di Commercio, l’EVVA, l’ONAV, l’ANAVV e i Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato si erano ancor più impegnati, lanciando una serie di iniziative per dare nuova immagine al vino, per informare, educare e orientare i consumatori. Gli oltre 700 campioni presentati alla Douja 1986/87, con 329 vini DOC e DOCG, i 120 spumanti italiani stavano a dimostrare la volontà di riscatto della viticoltura astigiana.
    “La nuova provincia” del 22 aprile 1987 informò che
    :

    Il 12 aprile, domenica delle Palme, l’Ordine dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato, ha celebrato nella splendida cornice del castello di Barolo, il tradizionale Capitolo di primavera, sapientemente curata con la collaborazione del dott. Giovanni Bressano, presidente della Famija albeisa”.

    Il Gran Maestro Giovanni Borello nella relazione morale tornò sul tema della presunta rivalità tra Astigiani ed Albesi «dannose suggestioni che attengono più alla leggenda che alla realtà», invitando ad evidenziare ciò che unisce piuttosto che quel che divide.

    I viticoltori che popolano le maestose poppe delle Langhe e del Monferrato «testardi e piemontardi» si assomigliano come due gocce d’acqua …. Continuiamo pure a tingere di colore, ogniqualvolta è necessario, i rapporti tra le due comunità … ma nello stesso momento uniamo le forze e le energie più vive, più ricche di fantasia … per elaborare un piano di reciproca collaborazione al fine di migliorare il processo di sviluppo delle nostre popolazioni.

    Nel pomeriggio i Cavalieri si recarono in visita alla ditta Fontanafredda e alla palazzina della
    Bela Rosin.
    Un momento di eccezionale visibilità per l’Ordine fu l’Assise internazionale della vite e del vino a Frascati, tenutasi il 31 ottobre 1987 per la «Giornata dei viticoltori del mondo»: spettò infatti ai Cavalieri curare un incontro fra decine di Confraternite del vino italiane e straniere, 11 delle quali provenienti da Francia, Svizzera, Spagna, Belgio, Ungheria e Portogallo e 15 da tutte le regioni d’Italia. Al convegno di Frascati parteciparono 51 sindaci e/o rappresentanti di altrettante città del vino di tutto il mondo: giunsero da Bolivia, Canada, Cipro, Australia, Cile, oltre che da Germania Occidentale, Spagna, Stati Uniti, Francia, Grecia, Ungheria, Israele, Portogallo, Tunisia e Italia. Non mancarono esponenti del governo italiano, il Segretario di Stato del Portogallo, un ministro della Repubblica d’Ungheria, rappresentanti della stampa italiana ed estera, ecc. Toccò a Borello l’onore di aprire i lavori: dopo aver esaltato i pregi del vino, che per gli intenditori è una vera opera d’arte, ne evidenziò i valori culturali e storici, oltre che i benefici per la salute. Affermò:

    La degustazione è arte, anzi qualcosa di più perché coinvolge oltre che la mente anche i sensi umani, è il passo più impegnativo che ogni estimatore compie con un rito quasi religioso. Degustare è come leggere attentamente un libro … è come ascoltare un concerto nel più profondo raccoglimento. La felicità e il vino sono cose fragilissime, basta un nonnulla per distruggerle ed è per questo che il vino deve essere trattato con delicatezza e amore.

    Per l’occasione fu coniata e donata ai congressisti una speciale medaglia ricordo.
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    Se il convegno di Frascati fu un momento importante per l’Ordine, non va dimenticato che nell’anno si svolsero il Capitolo straordinario in onore della Confrerie Saint Cunibert du Grand Luxembourg ed un incontro con la stampa gastronomica tedesca, svizzera ed austriaca, alla quale Borello disse che le Sagre sono il «sektemberfest» italiano; quanto al fatto che nel 1986 il concorso umoristico era stato sospeso per la vicenda del metanolo, il Gran Maestro aggiunse che non era proprio il caso di scherzare sul vino italiano. Ad Agliano si celebrò il Capitolo della Douja, a Moncalvo l’assemblea degli iscritti ed il Capitolo del tartufo in cui il Gran Maestro si lasciò andare ad una descrizione poetica del «diamante grigio» e della campagna autunnale in cui esso nasce: «Si dice che le
    trifole segnino i sentieri delle fate e degli gnomi, che vagano per le campagne e per i boschi, tra viottoli e sentieri, sempre guidati dal profumo del tartufo …».
    Nei Capitoli del 1988 furono ribaditi i consueti temi della qualità e dell’ambiente; nella riunione del Gran Consiglio, tracciando un bilancio dell’attività svolta, il Gran Maestro constatò che le idee di difesa del territorio e delle tradizioni avevano avuto successo, tanto che alcune erano oggetto di estesi dibattiti: ad esempio citò il Consiglio d’Europa, che aveva proclamato il 1988 «anno del mondo rurale e dell’ambiente». Ricordò che i Cavalieri erano al vertice delle Confraternite italiane e che l’Ordine poco aveva in comune con i tanti club vocati al folclore o al consumismo (da tempo Borello non sentiva più il bisogno di fare questa precisazione) e che sarebbe stato sempre il sodalizio voluto dai padri fondatori. Fra le 130 confraternite italiane, le autorità centrali avevano contattato l’Ordine astigiano per le loro più importanti occasioni. Auspicò che per l’imminente ricorrenza del centenario della morte di San Giovanni Bosco, i Cavalieri organizzassero gruppi di lavoro per rendere più incisiva l’azione dell’Ordine: alla figura di don Bosco furono poi dedicati due Capitoli, il primo il 23 aprile, il secondo il 20 giugno 1988.
    Nel Capitolo del tartufo e della grappa, Borello tratteggiò un interessante ritratto di uno dei protagonisti della storia della grappa astigiana, il geom. Carlo Bocchino, che nel 1898 era tornato da Buenos Aires a Canelli, impiantandovi una piccola fabbrica per la distillazione di vinacce del moscato classico. La grappa era allora un liquore da osteria, quasi da ubriaconi, ma Bocchino aveva selezionato personalmente le sue vinacce (che sino ad allora venivano gettate nel Belbo), mettendole quindi a riposare nei silos; durante l’inverno le aveva distillate ottenendo una grappa fine, ambrata e armoniosa, che negli anni divenne famosa come la «Gran Moscato».
    Il figlio di Carlo, Lazarito, a soli 17 anni cominciò a girare per le colline vendendo damigiane di grappa e facendo crescere l’azienda; nel 1937 Carlo morì e gli succedette Lazarito, portando ancora avanti l’azienda e realizzando la tipica bottiglia a fiasca che ancora oggi contraddistingue le grappe Bocchino
    : inoltre, ingrandì l’attività, cosicchè la Bocchino fu la prima grappa servita dalla «Compagnie internazionale des wagons lits».
    Nel 1968 Lazarito lanciò la «Grappa della cantina privata», il meglio della produzione; come Arturo Bersano, che aveva realizzato il museo delle contadinerie, Lazarito curò personalmente un suggestivo museo della distillazione. Con il genero, Giorgio Micca, nacque la grappa «Sigillo nero», distillata dalle migliori uve della zona; grazie a numerose campagne pubblicitarie, questo prodotto contribuì a dare ai consumatori una nuova immagine delle buone grappe italiane.
    Nel Capitolo di Natale, svoltosi a Casa Gancia, Borello celebrò la lunga storia della famiglia Gancia e fece un’affermazione oggi smentita dal mercato. Disse:
    «Vittorio Gancia afferma che l’Asti sarà sempre la bandiera di famiglia, ma è certo che il futuro sarà degli spumanti secchi»; al contrario, con i 107 milioni di bottiglie vendute nel 2011 l’Asti spumante ha confermato tutta la vitalità e la capacità attrattiva di un vino dolce e aromatico, apprezzato ovunque nel mondo.
    Giovanni Borello sarebbe oggi ben felice di riconoscere il suo errore, vedendo quale diffusione e pregio abbia oggi nel mondo il vino italiano!
    Tornando al tema dell’amicizia e del Natale, che lo faceva riandare al passato, il Gran Maestro aggiunse che negli inverni della sua infanzia:

    tremolavano nel freddo della notte i lumini ad olio davanti ai presepi di carta ritagliata, collocati su un tavolo ricoperto da muschio, con lo specchio semi coperto a simulare un laghetto … bastavano pochi mandarini e qualche confetto a far festa ed i piccoli doni per i bambini portavano un messaggio d’amore, ben più grande del loro valore reale. … Oggi è tempo di cicale e prevale il carpe diem , il godila finchè puoi …

    Nel 1989 si celebrarono cinque Capitoli, il primo dei quali fu detto della mimosa e si riunì a Santa Margherita Ligure il giorno 11 marzo: ad esso seguirono il Capitolo della Prima Asta del Barbera d’Asti DOC, alla quale i Cavalieri parteciparono in via straordinaria, in quanto non prevista dai programmi. Grazie all’ospitalità del confratello Luigi Balduzzi, l’asta si tenne nel suggestivo teatro del Castello di Costigliole, che in altri tempi aveva ospitato il primo capitolo dei Cavalieri. La partecipazione fu limitata agli inviti del Consorzio Barbera d’Asti e i proventi della 1^ Asta del Barbera d’Asti DOC 1988 «Vigneti storici» vennero devoluti al Comitato piemontese dell’Associazione italiana ricerca sul cancro. Nella sua relazione Borello dichiarò:

    Il Barbera per Asti e il Monferrato è un gigante, nel bene e nel male … ma lo si è lasciato andare alla deriva per troppi anni: ora è scoccato il momento della riscossa. Pochi altri vini s’identificano come il Barbera con il Comune di origine: è la terra, quel tipo di terra, che produce quel particolare tipo di Barbera. ... Sarà vincente la politica promossa dal Consorzio di tutela di identificare prima e di catalogare poi quei vigneti ai quali bene si addice la classificazione di storici … La Barbera d’Asti è pura, ovvero vinificata con sole uve del vitigno Barbera, è un vino ricco di corpo e colore, fragrante, adatto a lunga vita, in quanto conserva per anni il caratteristico fruttato, proveniente dalle terre di origine … Se in Italia, in Piemonte, o nella nostra provincia si producessero più vini di qualità e meno «vini comuni» o «anonimi» che a volte poco hanno a spartire con l’uva, per il settore enologico non ci sarebbero gli attuali, difficili problemi … dai 115 litri pro capite del 1970 siamo oggi scesi a circa 65 litri e la tendenza fa pensare che tra una decina d’anni ci attesteremo sui 50 litri … Le giacenze superano i 30 milioni di hl, le esportazioni hanno subito un calo dopo lo scandalo del metanolo, la concorrenza degli altri paesi si fa sempre più agguerrita … Il fiorire di nuove diete, il moltiplicarsi delle campagne anti alcool, che accomunano il vino e i liquori alla droga, terrorizzano i consumatori tradizionali e quelli potenziali. Questi apostoli della nostra salute sembrano dimenticare un dettaglio fondamentale: non è il vino da demonizzare, ma l’uso scorretto del vino stesso. La soluzione non è essere astemi, ma bere poco e bene! … con amarezza dobbiamo riconoscere che l’opinione pubblica è sempre più sconcertata. Che senso hanno le campagne del Ministero per l’agricoltura («Il vino si beve con il cuore») se contemporaneamente il ministero della Sanità diffonde messaggi su messaggi per combattere il consumo del vino?

    E’ quasi superfluo sottolineare la sconcertante attualità delle suddette affermazioni; anzi, è sconfortante osservare come, nonostante siano passati oltre vent’anni da queste parole che paiono ovvie ad ogni persona di buon senso, i responsabili continuino a ripetere i medesimi errori!
    All’Asta seguirono il Capitolo della
    Douja e della vendemmia, svoltosi il 24 settembre a Castello d’Annone, nell’azienda «Villa Fiorita», ospiti dei fratelli Rondolino, cui fu conferito il titolo di Buon vignaiolo; 170 furono i partecipanti alla giornata. Il 22 ottobre, nella chiesa della Madonna delle Grazie di Moncalvo, si tenne il Solenne Capitolo del Tartufo, nel corso del quale furono accolti dodici nuovi Cavalieri. Al termine, i Cavalieri uscirono con le loro suggestive uniformi a visitare la fiera del tartufo, pranzando poi al «Ciabot del grignolin» di Calliano. Anche stavolta il Gran Maestro, parlando dei trifolao seppe dare una descrizione affettuosamente icastica ed ironica di questi protagonisti delle campagne astigiane, che definì

    uomini rudi e nello stesso tempo gioviali, astuti e a volte sospettosi, che a guardarli bene si assomigliano un po’ tutti. Cercano di non incontrarsi, se s’incontrano fanno finta di non conoscersi, se proprio debbono parlarsi evitano ogni discorso sui tartufi. Dal crepuscolo a notte fonda, quando le nebbie confondono i contorni delle colline del Monferrato, quando il freddo diventa più pungente, i trifolao percorrono per forre e bricchi, tra pioppi, tigli, querce e salici, itinerari da loro stessi rozzamente disegnati a matita su una specie di mappa e gelosamente conservati nella memoria … Il cane scorrazza e annusa fra i cespugli, poi d’improvviso, come folgorato da un istinto che si risveglia imperioso, comincia a raspare e guaire ... si dice che per addestrare un buon cane da tartufi ci vogliono da due a tre anni, mentre per diventare esperto cercatore occorrono venti o trent’anni, tanti sono i segreti che celano la Terra e la Natura.

    L’anno si chiuse con il Capitolo degli auguri, il 16 dicembre a Vezza d’Alba, in cui fu ricordato che nell’anno erano stati nominati 31 nuovi Cavalieri effettivi e 6 d’onore e complessivamente i Cavalieri in regola con le quote sociali superavano i seicento: «Sono confratelli che hanno promesso di conservare ed approfondire la nostra cultura e le nostre tradizioni … i Cavalieri più giovani sono desiderosi di apprendere la vita che si svolgeva all’epoca dei loro avi …».
    Il clima natalizio riportò la memoria al modo di vivere il Natale nel secolo precedente, quando il panettone era un prodotto di lusso: nel 1879 il pasticciere Fassio per primo aveva messo in commercio i «rinomati panettoni di Asti, all’uso di Torino e Milano», un lusso per pochi, perché la maggior parte della gente si accontentava delle tradizionali ciambelle fatte in casa.
    Tuttavia, se il Natale era la festa per antonomasia, il Capodanno era diventato festa civile solo a partire dal 1875, ma in quel giorno buona parte degli astigiani si presentò lo stesso agli sportelli per ricevere la pensione.
    Con il 1990 giunse l’occasione di fare il bilancio di vent’anni di attività dell’Ordine, che furono passati in rassegna, con gli obiettivi raggiunti e quelli ancora da conseguire, durante il Capitolo del Ventennale, per il quale si ritrovarono al teatro Politeama oltre 500 persone; erano
    presenti i Cavalieri du Sarto di Aosta, del Raviolo e del Cortese di Gavi, i delegati della Lega del Chianti di Gaiole, i Confratelli della Bagna caoda e del cardo di Nizza, la Famijia albeisa, l’Ordine delle Terre di Marengo, delle Terre di San Michele del Roero, la Confraternita della vite e del vino di Pramaggiore. Per solennizzare l’avvenimento Vitaliano Graziola realizzò il menu d’autore ed una litografia.
    Nel corso dell’anno si erano già celebrati il Capitolo di Carnevale (alla Conbipel di Cocconato), che aveva visto l’ingresso fra i Cavalieri di Bruno Gambarotta, il Capitolo delle rose (a Costigliole il 27 maggio), in cui Borello aveva parlato diffusamente del Barbera, padre della viticoltura astigiana e dei vigneti che coprono le colline; fra i molti ospiti presenti per l’asta del Barbera vi era stato Nino Manfredi, invitato al Capitolo e proclamato Cavaliere d’onore.
    FOTO 6750 o 6751 – FOTO gr 2 - Manfredi
    A Castelnuovo Don Bosco si celebrò il Capitolo del Freisa e del Malvasia, vini caratteristici della Cantina sociale, fondata nel 1953, mentre nel mese di ottobre un altro importante appuntamento fu l’incontro dei Cavalieri con i membri della Compagnia dell’arte dei Brentatori di Zurigo:
    la Compagnia, nata nel 1200, visitava il Piemonte per la prima volta, dopo essersi gemellata negli anni precedenti con Confraternite spagnole, francesi e di diversi altri paesi.
    Scrisse «La nuova provincia»: «E’ una delle poche Confraternite non legata direttamente ad un vino e forse per questo si è gemellata con i Cavalieri delle Terre d’Asti, anch’essi impegnati nell’opera di diffusione dell’arte del saper bere, ma senza un particolare prodotto da promuovere.» L’incontro si svolse al Castello di Costigliole, dove fu premiata Mariuccia Borio, titolare dell’azienda «
    Castlet» e produttrice del Passum, giudicato dagli svizzeri il miglior vino rosso straniero. I Brentatori svizzeri cenarono il sabato al «Cascinale», la domenica al ristorante «Da Guido». FOTO image 14
    Nel maggio del 1991 i Cavalieri tornarono al «Grand Hotel del Mare» di Bordighera per il Capitolo dei fiori, non essendosi celebrato a causa del maltempo il tradizionale appuntamento di primavera: il Gran Maestro così commentò il tardivo festeggiamento della bella stagione:

    ... c’era un tempo in cui il calendario e le stagioni andavano a braccetto. Il primo seguiva fedelmente le seconde, o almeno così si credeva … le maestre scandivano i mesi alternando sui vetri delle finestre i cartoncini disegnati e ritagliati per celebrare le stagioni: ventagli di foglie gialle in autunno, silhouettes di abeti carichi di neve a Natale, maschere e coriandoli colorati a Carnevale, nere sagome filanti di rondini e rami di pesco fioriti a primavera. Ci dava sicurezza questo preciso abbinamento di mesi, stagioni e condizioni atmosferiche, ma forse … è il ricordo che ci inganna … già allora il tempo non ubbidiva a regole prestabilite e l’unico appuntamento che non ci tradiva era il cartoncino disegnato dalla maestra ed appeso alla finestra …

    Ribadendo le finalità dell’Ordine che non difende più i castelli, come avveniva ai Cavalieri del tempo antico, ma qualcosa di più intimo e prezioso, più umano, come la cultura e le tradizioni della gente di Asti e del Monferrato, Borello si soffermò sullo sviluppo delle colture della vite e dell’olivo in Liguria, ma anche sui legami esistenti con il retrostante Piemonte. In autunno si tennero il Capitolo della
    Douja, quello straordinario per il rinnovo delle cariche ed il Capitolo degli auguri, in cui la tradizionale relazione fu affidata al prof. Giacinto Grassi.
    Alla fine del 1991, il Gran Consiglio neo eletto risultava così composto: Giovanni Borello (Gran Maestro), Alessandro Sodano (Plenipotenziario), Ermanno Briola (Storiografo), Leonardo Cetera (Cancelliere), Pippo Sacco (Castellano), Giuseppe Bracciale (Mastro di botte), Viviano Ghia (Cavaliere della vite), Giovanni Macagno (Tesoriere), Adriano Rampone (Guardasigilli), Giuseppe Rosina (Mastro d’armi), Mario Accossato (Cerimoniere), Francesco Bonaccorsi (Mastro di cucina), Emilio Gili (Mastro di botte), Angelo Dezzani (Mastro di cantina), Ferdinando Sorisio (Cavaliere della vite).
    Nel 1992 si tennero cinque Capitoli: dopo quello di Carnevale venne l’appuntamento del Sacro Monte, a Serralunga di Crea, proprio nel momento in cui il Padre provinciale dei Francescani, Emanuele Battagliotti, a causa dell’età avanzata dei religiosi e della mancanza di nuove vocazioni, prese la decisione di chiudere il convento di Maria Assunta di Crea, che per 170 anni aveva ospitato i frati. Le caratteristiche del Sacro Monte furono illustrate ai partecipanti da Ermanno Briola.
    Al castello di Govone per il Capitolo della Douja, Borello sottolineò l’importanza della manifestazione ai fini della promozione della qualità; quanto alle Sagre, definì la distribuzione di migliaia di porzioni, un’impresa quasi fiabesca «perché il grande villaggio contadino nasce e scompare nella notte, proprio come nelle fiabe».
    A San Damiano, nella chiesa parrocchiale di San Vincenzo, si tenne il capitolo degli auguri di Natale, al termine della Messa celebrata da don Guido Montanaro. Ripensando agli Anni Cinquanta, Borello rievocò i Natali in cui

    in città i bambini ricevevano un cavallino a dondolo o un pallottoliere, scatole di birilli o libri di favole illustrati, una culla minuscola con bambolina. Nel Monferrato o nelle Langhe prevalevano invece i giocattolini di legno creati da artigiani locali; pinocchietti colorati e snodati, bambole con vestiti di stoffa vera, carrettini rudimentali, cavalli a dondolo e agnellini coperti di lanugine, pensati per finire davanti a Gesù Bambino nel presepe. Al mattino del 25 dicembre i bambini si svegliavano prestissimo e a piedi nudi, incuranti del freddo (erano pochissime le case dotate di riscaldamento), correvano a cercare i loro doni e accanto a questi trovavano anche i dolci; a volte il bambinello di zucchero avvolto nella velina, o il cartoccio dei bonboni, o il pugnetto di fichi secchi, o il sacchettino di noccioline o i mandarini.

    I Capitoli del 1993 si svolsero senza particolari avvenimenti di rilievo, anche se il primo di essi fu triste occasione per commemorare la figura del prof. Giacinto Grassi «confratello scomparso da poche settimane, che tutti rimpiangono per la sua umanità, cultura ed impegno».
    Nel 1993 il Festival delle sagre festeggiò il suo ventesimo compleanno e questo avvenimento fu ricordato, insieme alle altre tappe che avevano accompagnato l’azione dell’Ordine nella promozione del vino astigiano, durante il capitolo dedicato alla Douja d’or del 1994, svoltosi nel salone della Camera di Commercio, scelta per onorare l’Ente che aveva promosso la costituzione dell’Ordine e che da sempre ne ospitava le strutture operative. Borello ricordò che dalla fondazione ad allora i vigneti si erano sempre più ridotti, lasciando spazio ai gerbidi.

    La pioggia, la neve, il sole, il gelo continuano ad essere i padroni del reddito dei nostri contadini. Gli uomini che sono rimasti si sono adattati a vivere su di una terra che non è amata né dai figli, né dai nipoti, tanto che a volte sono i genitori stessi ad incoraggiarli verso altre attività. L’obiettivo primario della nostra Confraternita è stato e ancor più lo sarà in futuro, quello di contribuire a ridurre il distacco fra città e campagna, ovvero avvicinare due modi di vivere regolati da codici morali molto diversi fra loro.

    Aggiunse che nel 1967 per valorizzare i vini era stato costituito l’EVVA che, dopo ampia consultazione di esperti, aveva messo a punto il progetto Douja d’or, primo concorso enologico regionale, e poi nazionale, per vini DOC e DOCG. Ricordò la nascita dell’«Asti d’oro» creato nel 1993 da Salva Garipoli, per premiare i vini DOC e DOCG della provincia di Asti che nel concorso
    Douja avessero ottenuto il massimo punteggio nelle singole denominazioni. Ricordò l’enoteca creata nell’exposalone di piazza Alfieri, l’idea delle pluri-enoteche, realizzata con bacheche da vino esposte nei bar e ristoranti cittadini, la nascita del Festival delle sagre nel 1974, divenute di anno in anno più importanti: sottolineò che per la crescita delle Sagre erano stati determinanti alcuni Cavalieri del Consiglio dell’Ordine, cioè lo Storiografo Ermanno Briola, il Castellano Pippo Sacco, il Cancelliere Adriano Rampone, coadiuvato dalla moglie Renata, Ambasciatrice del vino.
    Il Capitolo di primavera del 12 marzo 1995 fu dedicato al ricordo dell’alluvione che nel novembre del 1994 aveva devastato la città e gran parte dei dintorni; la desolazione e i danni erano stati così ingenti da far ritenere inopportuno convocare il tradizionale Capitolo degli auguri. Per contribuire alle necessità della ricostruzione il Consiglio aveva deciso di aumentare la quota sociale da 80.000 a 100.000 lire annue, devolvendo tutti i proventi (40 milioni di lire) a favore di opere d’arte, o sociali, e scegliendo di contribuire al restauro della chiesa dell’Arciconfraternita della SS. Trinità, un tempo detta «la chiesa degli ortolani», che ancora oggi ne curano la gestione. L’ing. Alessandro Sodano presentò una perizia tecnica dei lavori che sarebbero stati necessari e che Borello comunicò ai presenti. Tre mesi dopo, il 18 giugno 1995, mentre la città lentamente si risollevava dal disastro, i cavalieri convocarono a Roccaverano il Capitolo d’estate, tornando sui luoghi che quattordici anni prima li avevano ospitati: celebrando nel medesimo tempo il panorama e la laboriosità degli addetti all’agricoltura, da cui nascono il vino ed i formaggi locali, Borello affermò che «l’Italia dovrà realizzare un progetto globale di promozione dell’agro alimentare … cui dovranno concorrere i produttori.» Elencò poi i pregi della Robiola di Roccaverano (il nome deriverebbe forse dal comune di Rubbio, in Lomellina, dov’è comparso per la prima volta questo tipo di formaggio, oppure dal latino “rubeola”, per il colore rossiccio assunto dalla crosta in fase avanzata di stagionatura), spiegando che sin dal medioevo si erano preparati molti tipi di robiole, fra cui riveste ancor oggi particolare singolarità la “robiola del
    bec”, così chiamata perché prodotta solo nel mese di ottobre e novembre, nel periodo degli amori delle capre. La robiola di Roccaverano, un tempo preparata solo con latte caprino, conserva oggi di questo latte una percentuale minima del 15%, che le conferisce un particolare sapore: le sue caratteristiche sono state riconosciute dall’attribuzione della Denominazione di Origine Controllata (DOC) ed anche questo prodotto rientra fra quelli che l’Ordine tutela, come espressione della ricchezza e della laboriosità del territorio.
    Nel mese di settembre si tenne un capitolo straordinario di ringraziamento alle camere di Commercio di Nuoro e Pordenone, convocato su richiesta di Salva Garipoli, presidente della Camera di Commercio di Asti,

    per esprimere con solennità alle Camere di commercio di Nuoro e Pordenone la riconoscenza per la spontanea solidarietà espressa con contributi per le aziende alluvionate e con l’invio di propri impiegati per collaborare con i colleghi di Asti a registrare e certificare i danni subiti dalle aziende disastrate.

    Borello ricordò che l’esondazione aveva causato 63 morti in Piemonte, di cui sei in provincia di Asti, oltrechè danni superiori a 353 miliardi di lire. A fronte dei gravi danni, la provincia di Asti si era risollevata anche grazie alla solidarietà giunta da tutta Italia, a dispetto dei ritardi nell’erogazione dei finanziamenti stabiliti. Per solennizzare l’avvenimento furono elevati alla dignità di Cavaliere d’onore i presidenti della Camera di Commercio di Nuoro, Romolo Pisano, e di Pordenone, Augusto Antonucci.
    A fine ottobre l’Ordine celebrò il suo 25° anniversario, sia con un’esposizione nella chiesa della SS. Trinità dei menu d’autore realizzati per ogni Capitolo da artisti di tutto rilievo, sia con un Capitolo che si tenne al Politeama. Al termine della Messa celebrata nella chiesa della Trinità, i Cavalieri si trasferirono al Politeama, dove il Gran Maestro pronunciò l’orazione ufficiale, in cui ribadì il ruolo del Cavaliere e l’importanza del giuramento con cui egli si impegna a sostenere la validità del prezioso patrimonio culturale che esalta le tradizioni e le capacità professionali della nostra gente. Ricordò le direttrici su cui l’Ordine si era mosso e sostenne che i diversi itinerari avevano portato i Confratelli a conoscere ancor meglio il loro territorio; le liste cibarie erano divenute menu d’autore, realizzate da prestigiosi artisti, ai quali era stata riconosciuta la qualifica di Artista della vite e del vino. Ricordò i gemellaggi svizzeri con i Gran Coppieri del Ticino, la Noble Confrerie de Saint Blaise, la Vinegilde de Gallus e quelli francesi con la Confrerie de Saint Vincent de Mȃcon e l’Ordre des Compagnons de Boujoles, con i Valdostani della Compagnia du Sarto. Infine, ringraziò poi tutti coloro che avevano collaborato con i Cavalieri e quelli che, dopo la scomparsa di Franco Sgarbi, si erano avvicendati alla segreteria dell’Ordine: manifestò la sua riconoscenza a Vittorino Pia e Franco Follis, coadiuvati da Zita Tomalino, a Silvana Negro (che dal 1992 dirigeva la segreteria) ed al grafico Aldo Roggero, che da anni preparava i diplomi di appartenenza all’Ordine.
    Altri due momenti associativi di rilievo furono vissuti con la Confraternita dei Castellani del Chiaretto, di Moniga del Garda, e nel Capitolo degli auguri. Nel primo incontro Borello spiegò agli ospiti le finalità dei Cavalieri (che al tempo erano 538, di cui 389 effettivi, 87 d’onore, 37 Buoni vignaioli e 25 Artisti della vite e del vino), aggiungendo che i mantelli, che molti reputano anacronistici «vogliono ricordare in modo solenne la continuità dello spirito cavalleresco al quale uniformiamo la nostra azione e gli ideali da perseguire. L’Ordine dei Cavalieri non è una casta sociale, ma un modo di vivere con ideali ben determinati». Il Capitolo degli auguri portò i Cavalieri fra i documenti dell’archivio storico comunale, guidati dalla direttrice Gemma Boschiero, che mostrò ai visitatori i principali documenti della storia cittadina, fra cui il «Codex astensis», nella ricorrenza del novecentesimo anno di fondazione del Comune di Asti; al proposito, Borello volle sottolineare la sensibilità che l’Ordine aveva sempre mostrato nei confronti della storia e della cultura astigiana.
    Nel 1996 si tennero nuovamente le elezioni per il rinnovo delle cariche del Gran Consiglio, che al termine delle operazioni fu il seguente: Giovanni Borello (Gran Maestro), Giuseppe Bracciale (Plenipotenziario), Ermanno Briola (Storiografo), Leonardo Cetera (Cancelliere), Viviano Ghia (Castellano), Ferdinando Sorisio (Mastro di botte), Bruno Gerbaldo (Cavaliere della vite), Emilio Gili (Tesoriere), Adriano Rampone (Guardasigilli), Giuseppe Rosina (Mastro d’armi), Pippo Sacco (Cerimoniere), Francesco Bonaccorsi (Mastro di cucina), Giovanni Macagno (Mastro di botte), Angelo Dezzani (Mastro di cantina), Rolando Doglione (Cavaliere della vite).
    Nella sua relazione Borello indicò le quattro direttrici sulle quali si muoveva l’Ordine: 1^ riscoprire, conservare ed esaltare usi, costumi e tradizioni popolari delle terre di Asti e del Monferrato; 2^ valorizzare i vini tipici dell’astigiano e del Monferrato; 3^ operare per l’incremento del turismo, per la salvaguardia del folclore e per la conoscenza del patrimonio culturale, storico, gastronomico; 4^ sviluppare amicizia e solidarietà fra i membri dell’Ordine e mantenere contatti con le altre Confraternite. Al momento l’Ordine contava 533 Cavalieri, di cui 376 effettivi, 92 d’onore, 39 Buoni vignaioli, 25 Artisti della vite e del vino, 1 Buon trifolao: Borello definì il sodalizio «forte nelle sue milizie e dotato di mezzi sufficienti per ampliare e rinvigorire i futuri impegni dell’Ordine … che non ha mai guardato alla campagna in modo romantico» ma per accrescerne le potenzialità e le risorse.
    L’Asta del Barbera del 26 maggio 1996 fu finalmente occasione di una dichiarazione di soddisfazione da parte del Gran Maestro, dopo tante delusioni: infatti, nei primi mesi del 1996 si respirava un’aria migliore, perché il crollo dei consumi si era arrestato e sui giornali comparivano sempre più spesso articoli relativi ai benefici effetti del vino sulla salute. Nel contempo, stavano maturando nuovi legami fra vino, cultura e territorio.
    Il 16 giugno i Cavalieri si trasferirono a Moniga (Brescia), per il Capitolo del Chiaretto e il 12 settembre celebrarono a Cocconato il trentesimo anniversario della
    Douja d’or. Nell’occasione Borello ringraziò il confratello Piero Bava per l’ospitalità nella settecentesca cantina denominata «Casa Brina», sede perfetta per celebrare una così solenne ricorrenza. Tanto più si congratulò per i premi ottenuti dalla ditta Bava, con la Douja d’or al Freisa 1995, l’Oscar dei vini al Freisa dolce 1995 e l’Asti d’oro al Malvasia di Castelnuovo Don Bosco. Ricordò che nel 1995 al concorso della Douja si erano presentati 881 campioni, di cui solo 371 avevano superato gli 85/100 e solo 13 fra quelli con punteggio superiore a 90/100 avevano ottenuto l’Oscar della Douja 1996. Parlando delle Sagre, ricordò che nell’edizione dell’anno in corso erano stati serviti dalle 23 Pro loco presenti circa 550.000 piatti a oltre 220.000 persone. «Per il Gran Maestro è motivo di orgoglio informare i confratelli presenti che il successo del ventitreesimo Festival delle sagre è dovuto anche al lavoro dei Cavalieri Ermanno Briola, Pippo Sacco e Adriano Rampone …»
    Con la fine dell’anno giunse il momento dei bilanci e dei progetti futuri: «I propositi per il 1997 sono tanti e ambiziosi …» scrisse Borello nella lettera d’invito ai Cavalieri per il Capitolo di Natale, ma il destino aveva disposto che giungesse al termine il peregrinare del Gran Maestro da una collina all’altra del Monferrato, alla ricerca dei vini migliori e dei panorami più suggestivi, da proporre agli altri perché li amassero come lui. Il 28 dicembre, stroncato da un infarto, Giovanni Borello morì, suscitando enorme impressione e cordoglio.
    «Il presidente Borello non lavora più» titolò un necrologio;

    Sabato 28 dicembre si è spento Giovanni Borello, dal 1969 presidente dell’associazione. Lascia la moglie Marisa Agnelli, la figlia Francarla e la nipote Sabrina. Aveva compiuto 77 anni ad agosto. Nato ad Asti nel 1919, si era diplomato geometra ed aveva lavorato nell’azienda del padre, imparando il mestiere del marmista, attività che continuò fino all’ultimo momento della sua vita. Aveva partecipato alla campagna di guerra 1939-43 come capitano di artiglieria, congedato con il grado di maggiore, decorato con encomio solenne per meriti di guerra. Nel 1979 era stato nominato Cavaliere di Gran Croce, massima onorificenza della Repubblica.

    Giovanni Borello era stato presidente della Cassa mutua artigiani, vice presidente nazionale della Confartigianato, presidente della Artigiancassa. Nel 1946, con una ventina di artigiani, era stato fra i fondatori della Confartigianato astigiana: nel 1958 era stato segretario provinciale della DC, nel 1970 (ma per pochi mesi) aveva occupato il seggio di consigliere regionale ed era stato lo scopritore politico di Giovanni Goria, che successivamente sarebbe divenuto Presidente del Consiglio dei ministri; dal 1986 al 1995 aveva guidato la Cassa di Risparmio di Asti.
    «La Stampa» titolò il suo necrologio «Una vita da presidentissimo – l’artigiano del marmo che scolpì
    Douja e Sagre»: fra i tanti giudizi, vale la pena di ricordare quello di Gianluigi Bera, produttore ed enogastronomo di Canelli: «E’ stato un magnifico precursore nella promozione dei prodotti astigiani: Douja, Sagre e Luna di marzo sono state tre straordinarie intuizioni.»
    «La nuova provincia» titolò: «E’ morto Borello, grande astigiano – una vita ricca di idee, progetti e successi». Il direttore del giornale, Paolo Monticone, annotò:

    Non diventò mai sindaco … ma era come se lo fosse stato per trent’anni ... Giovanni Borello non amava particolarmente le situazioni assembleari, dove decidere era difficile e mediare una necessità. Preferiva trovarsi in ambienti dove poter far camminare le idee che gli si agitavano nella mente, ma anche quelle di tutti i suoi consiglieri.

    La «Eco del lunedì» scrisse: «E’ morto il padre della
    Douja e delle Sagre» e dalla «Gazzetta d’Asti», sotto il titolo «Borello, mezzo secolo di cariche - il presidentissimo lascia un’enorme eredità di iniziative», venne questa attenta valutazione del direttore, don Vittorio Croce:

    più ammirato che amato […] ebbe il coraggio dell’iniziativa ed il gusto dell’azione, vissuti dentro una struttura come la Camera di commercio che può apparire e funzionare spesso come pura entità burocratica. Borello è riuscito nell’impresa di orientarla ad ente di iniziativa promozionale. Durerà?

    Dal mondo del vino il secondo Gran Maestro: Adriano Rampone.


    Il secondo Gran Maestro della storia dei Cavalieri dell’Ordine delle Terre d’Asti e del Monferrato fu Adriano Rampone, anch’egli come Borello figura notissima in città, in conseguenza del suo mestiere di enologo, che lo aveva portato a contatto con tutte le cantine sociali sorte nell’Astigiano dagli Anni Cinquanta in poi e lo rendeva noto a tutti i produttori vinicoli che frequentavano il suo negozio di via Brofferio, divenuto quasi un’istituzione per il mondo agricolo astigiano.
    Gli operatori del settore avevano infatti come punto di riferimento per le loro necessità (analisi chimiche, materiale specialistico, ecc.) due negozi che si occupavano di enologia: Marescalchi, in corso Dante, e Ottavi in via Brofferio.
    Qui prestava la sua consulenza Adriano Rampone, che moltissimi, vedendolo sempre dietro al bancone e leggendo la scritta sulla porta d’ingresso, non conoscevano però con il suo vero nome, credendo si chiamasse Ottavi. L’equivoco nasceva dal fatto che il nome dell’attività derivava da quello del fondatore di una catena di negozi di enologia sparsi in tutta Italia, il senatore Edoardo Ottavi, alle dipendenze del quale Rampone aveva iniziato a lavorare nel 1949. Nel 1995 il negozio astigiano fu rilevato da Adriano Rampone, che ne divenne il proprietario, anche se la scritta Ottavi rimase al suo posto, tanto era ormai divenuta un punto di riferimento per tutti.
    Rampone fu, sin dall’inizio, amico di Giovanni Borello e protagonista delle iniziative che questi avviò: divenuto Cavaliere il 3 aprile 1971, durante il Capitolo delle viole, terzo nella storia dell’Ordine, diede a Borello massima collaborazione in tutte le iniziative finalizzate a promuovere la qualità dei vini e dei prodotti astigiani. Rampone ebbe sempre al suo fianco, in tutte queste iniziative, la moglie Renata, alla quale Borello aveva affidato l’incarico di essere «ambasciatrice del vino astigiano». La documentazione sulla storia dell’Ordine nel periodo in cui fu presidente Rampone (dal 1997 al 2008) è stata scrupolosamente conservata proprio dalla moglie Renata, testimone di tutte le vicende succedutesi negli anni.
    Dalle relazioni introduttive ai Capitoli emerge una linea di continuità con l’opera avviata da Borello, oltre che il desiderio di far conoscere ai partecipanti le caratteristiche dei vini che di volta in volta caratterizzavano le aziende, le Cantine sociali o i luoghi in cui si ritrovavano i Cavalieri.
    Rampone dedicò sempre molto spazio alla descrizione dei vini, sottolineandone colori, profumi e caratteristiche, quasi guidasse una degustazione; anch’egli, come Borello, non seppe sottrarsi alla bellezza della campagna astigiana, specialmente in autunno, quando i filari delle vigne sembrano offrire a piene mani alla fatica dell’uomo i grappoli succosi che spiccano tra foglie screziate di giallo e di rosso
    .
    Il primo appuntamento dei Cavalieri che vide Rampone come Gran Maestro fu il Capitolo del Grignolino, tenutosi nell’azienda «Castello del Poggio» dei f.lli Zonin, a Portacomaro stazione, il 7 giugno 1997.
    Nella terra del Grignolino, Rampone propose una degustazione guidata di questo vino, ricordando che il vitigno, un tempo dominante nel Monferrato, era stato poi soppiantato da piante come il Barbera, più rustiche e più resistenti alle malattie crittogame. Spiegò che:

    “Il Grignolino produce un vino avaro, difficile e delicato, destinato ad un gusto raffinato ed elitario, popolare solo nella zona d produzione. Può essere scambiato con un rosato qualunque, ma è così per la mancanza di sostanza colorante nell’acino; il nome sembra provenire dal piemontese grignole, ad indicare i tre o quattro vinaccioli contenuti in ogni acino.»

    Se dai documenti dell’archivio capitolare la coltura della vite risulta praticata sin dall’anno 755, il Gran Maestro ricordò che la coltura del grignolino nella zona di Portacomaro aveva invece avuto stimolo da una visita reale in casa del conte Leonetto Ottolenghi, avvenuta nel 1891: infatti, fu tale l’apprezzamento mostrato da Umberto I per questo vino, che il conte fu indotto ad ampliarne la coltivazione.
    Un dato molto interessante del Capitolo del Grignolino è che per la prima volta si discusse della richiesta avanzata da alcuni di inserire le donne nell’Ordine, ma la proposta non ebbe seguito, tanto che ancora oggi le donne non sono accettate fra i Cavalieri.
    Renata Rampone, ripensando ai quei momenti, afferma con un po’ di rammarico che la mancata apertura fu dovuta al fatto «che non si volle rischiare di introdurre una fonte di litigio, se le donne fossero entrate nel Consiglio».
    Nel Capitolo della
    Douja, riunito a Moncalvo il 18 settembre 1997, Rampone tracciò la storia della manifestazione, definendola

    il migliore dei modi per valorizzare il vino, che appartiene alla cultura del nostro territorio ed è il più importante prodotto per la crescita della nostra economia agricola. Prende nome dalla metà della parola Gianduja, ha una grafìa ostica, di cui pochi al di fuori di Asti indovinano la pronuncia, cosicchè appare quasi un segreto celato agli estranei. In realtà la douja è il boccale, di legno o di terracotta che si trovava sui tavoli di pietra delle piole piemontesi, colmo di una buona Barbera da abbinare al pane e al gorgonzola. Un oggetto povero, la douja, ma ricco di storia e di tradizione.

    La manifestazione non è simile alle altre, ma piuttosto un concorso gratuito

    che si è affermato nel tempo, conquistandosi la fama di essere il più rigoroso banco di prova dei vini prodotti in Italia. Dopo aver affermato i vini astigiani, la Douja si è battuta per la promozione di tutti i vini italiani, seguendo le intuizioni del suo fondatore, Giovanni Borello, che la vide riconoscere come Festa del vino italiano, per opporsi alle sciocche esterofilie. Nata nel 1967, la Douja volle da subito puntare sulla qualità, rifiutando una fiera magari più remunerativa, ma che fosse solo una vetrina per le case produttrici.

    Nell’edizione 1997 su oltre cinquanta vini con punteggio di 90/100 solo 11 ricevettero l’Oscar della
    Douja: furono rappresentate 19 regioni, con 884 campioni, di cui 412, il 46%, furono dichiarati eccellenti. Al migliore di tutti i vini presentati dai produttori della provincia di Asti, fu assegnato per ogni DOC il premio Asti d’oro. Aggiunse Rampone:

    In questa edizione molti giovani si sono avvicinati ai banconi d’assaggio, degustando i vini premiati ed apprezzando i prodotti tipici. I giovani, dopo anni di diffidenza, sembrano aver impostato un nuovo rapporto con il vino. Nuovi diplomi con patente di assaggiatore sono stati consegnati e l’ONAV ha prenotato buona parte del corso di degustazione. … ogni giorno si esauriscono le scorte di Malvasia, Moscato e Brachetto, tre vini dal consumo tipicamente giovane.

    L’anno si concluse con il Capitolo degli auguri di Natale, nella chiesa della Santissima Trinità, dove Rampone si domandò se l’annata1997 sarebbe stata da annoverare come la vendemmia del secolo, con vini che si sarebbero conservati negli anni. Ricordò che nella chiesa della Trinità era già stata allestita la mostra dei menu d’autore in occasione del venticinquesimo anniversario dell’Ordine, quindi commemorò due figure fondamentali per l’Ordine stesso, vale a dire Giovanni Borello e Alessandro Sodano; ebbe parole di stima anche per Osvaldo Campassi, dirigente d’azienda, esperto di cinema e uomo di grande cultura, deceduto nell’anno.
    La primavera del 1998 portò i Cavalieri al Capitolo di Verduno, che ebbe come ospiti i presidenti della
    Famija Albeisa e della Famija turineisa. Rampone ringraziò i presenti per la generosità mostrata nel partecipare alla tombola natalizia, con cui si erano raccolti 3.500.000 lire per contribuire, tramite una Confraternita umbra, alla ricostruzione della scuola elementare di Rivotorto (Assisi), semidistrutta dal terremoto dell’ottobre 1997. Tornando ai luoghi del Capitolo, spiegò poi che nella zona di Verduno si coltivava un particolare vitigno, il Pelaverga piccolo, a bacca rossa, un’antica varietà piemontese la cui uva un tempo veniva consumata a scopo terapeutico, data la sua bassa acidità, che la rendeva tollerabile agli stomaci più delicati e la faceva considerare un ottimo ricostituente. Annotando che nel 1995 il Pelaverga aveva ottenuto la DOC, il Gran Maestro si soffermò in un’attenta analisi dei profumi e dei sapori di questo vino, a tutto vantaggio della cultura enologica dei partecipanti.
    Il Capitolo dell’estate si celebrò ai Caffi di Cassinasco il 21 giugno 1998. Ai convenuti, Rampone spiegò che si era scelto quel luogo, a circa 500 metri di altitudine e all’inizio della cosiddetta «Langa astigiana», proprio per il paesaggio incantevole che offre sulle valli circostanti. Anticamente vi sorgeva un castello, di cui è rimasta solo la torre della frazione dei Caffi (dall’arabo «kafir», cioè miscredente), dove s’innalza il santuario dedicato alla Vergine Maria, in memoria di un’apparizione della Madonna ad una fanciulla, avvenuta secondo la tradizione alla fine del Settecento. Su queste colline si producono nocciole per i
    turunè e vini DOC come Moscato, Dolcetto, Barbera, Cortese, Brachetto e Freisa. E’ una terra compatta e piena di fascino dove, come ricorda Angelo Brofferio «anche gli uccelli hanno un altro modo di cinguettare » . «In queste zone – aggiunse Rampone - il vino, testimone di secoli di miseria, di lamenti, di guerre, col passare degli anni divenne il protagonista più vivo, più vero, più affascinante dell’agricoltura di questa regione». Il Gran Maestro sottolineò che la stampa non sosteneva lo sforzo dei produttori, evidenziando soltanto e sempre gli aspetti negativi del mondo agricolo, senza curarsi degli enormi danni inferti al settore della viniviticoltura. Criticando aspramente la proposta avanzata da qualche politico di scrivere sulle bottiglie che il vino può essere nocivo alla salute, lodò l’iniziativa presa dal presidente della CCIAA, Salva Garipoli, di convocare una conferenza stampa per confutare questa sciocchezza.
    In settembre, il tradizionale Capitolo della Douja venne riunito a Montemagno, nell’azienda agricola della famiglia Ferraro, alla quale era stato assegnato il premio Asti d’oro per il suo Ruchè 1997, di cui spiegò Rampone le caratteristiche; inoltre, ricordò che la famiglia Ferraro aveva iniziato nel Settecento a produrre vino ed al momento poteva vantare oltre cento medaglie a riconoscimento della qualità delle sue cantine. «La Stampa» dedicò mezza pagina al Capitolo della
    Douja svoltosi nell’azienda vinicola di Sergio e Maurizio Ferraro, ricordando che «l’Ordine, nato ufficialmente il 27 luglio 1970, iniziò la sua attività con il Capitolo del 17 ottobre 1970, ispirandosi sempre alla difesa ed alla diffusione della conoscenza dei vini e della gastronomia monferrina e astigiana.»
    Il 1998 si chiuse a Rocchetta Tanaro, con il Capitolo degli auguri, in cui Rampone ricordò le origini del paese, presente sui documenti a partire dal 1180 con il nome di «Castrum Rocete» o «Roceta»; col passare dei secoli il luogo aveva visto avvicendarsi diverse signorie, ma del castello oggi resta ben poco, mentre il palazzo, tuttora abitato dai marchesi Incisa, è la bella costruzione che ospitò il Capitolo.
    Il Gran Maestro informò i Cavalieri che il Consiglio aveva deliberato, in occasione delle future
    Douje d’or, che un Capitolo dell’Ordine si sarebbe svolto ufficialmente nelle diverse sedi dei premiati, per dare maggiore ufficialità al concorso enologico e per rafforzare il legame con i Buoni vignaioli. Annunciò poi che a cena sarebbe stato servito per la prima volta il «Novello», vino del tutto particolare che non poteva essere venduto prima del 6 novembre e imbottigliato dopo il 31 dicembre. Spiegò che il Novello deve essere composto da almeno il 30% di vino vinificato mediante macerazione carbonica di uve intere, non pigiate:

    La novità, dovuta agli studi del francese prof. Claude Flanzy, sta nel creare una fermentazione di acini d’uva interi, non pigiati, in ambiente saturo di anidride carbonica, quindi senza ossigeno ed a bassa temperatura per ottenere odore di frutta, grande ricchezza aromatica, morbidezza e armonia gustativa.

    A San Martino Alfieri, nella chiesa della Confraternita della Santissima Annunziata dei Battuti bianchi, si svolse il primo Capitolo del 1999, detto di primavera e dedicato a Vittorio Alfieri.
    La direttrice del Centro Nazionale Studi Alfieriani, dott.ssa Carla Forno, illustrò gli aspetti meno noti della personalità di Alfieri, mentre il Gran Maestro parlò della storia del paese, già menzionato sulle carte nell’anno 1020 e nel XVII sec. divenuto proprietà degli Alfieri di Sostegno, che vi avevano aggiunto il loro nome. Nel 1982 la proprietà era passata al marchese San Martino di San Germano, il quale aveva rinnovato e modernizzato le cantine, mantenendo e promuovendo il patrimonio storico e le tradizioni vitivinicole dei marchesi Alfieri. Nel Capitolo di San Martino, fu resa nota la decisione presa dal Gran Consiglio di dare alle stampe un libro su Alfieri, riportante 66 pregevoli tavole di Guido Gonin illustrate da Carla Forno: tutti i giornali astigiani riportarono la notizia.
    Il 20 giugno si tenne il Capitolo del Freisa e Rampone ricordò le caratteristiche di questo vino, di grande carattere ma un po’ caduto in desuetudine, pur possedendo molteplici pregi; per il Capitolo della Douja, in ossequio alla decisione presa l’anno precedente, l’Ordine si riunì a Cocconato, presso Casa Dezzani, alla quale era stato assegnato l’Asti d’oro per il Malvasia di Castelnuovo Don Bosco 1998. Rampone raccontò di aver conosciuto Luigi Dezzani, il nonno degli attuali titolari dell’azienda, quando a Cinaglio coltivava le vigne di famiglia, producendo e vendendo vini sino alla Val d’Aosta, aiutato dai figli Romolo, Franco e Felicino.
    Nel 1960 la famiglia aveva trasferito la cantina a Cocconato ed era cominciata l’espansione, proseguita poi dalla terza generazione (costituita da Franca, Luigi e Giovanni, figli di Romolo), giunta a produrre nel 1999 circa 1.200.000 bottiglie l’anno, di cui 200.000 di Barbera.
    Quanto alla
    Douja dell’anno in corso, Rampone informò i convenuti che, provenienti da venti regioni italiane, erano stati presentati 915 campioni, di cui 238 premiati: spiegò poi che il Malvasia di Schierano, o di Castelnuovo Don Bosco, era citato nei secoli scorsi come «vino malvaticus» e non poteva essere servito nelle osterie, ma soltanto nella «sportule» delle Università, perché i laureandi lo offrissero ai propri docenti. Aggiunse che il Malvasia, vino da dessert, per essere DOC, deve essere fatto per il 90% con uve del suo vitigno, cui può essere aggiunta solo una percentuale del 10% di Freisa: soffermandosi sui pregi, lo descrisse come vino

    … di colore dal rosso rubino al cerasuolo, con aroma molto caratteristico. Ha sapore dolce di rosa e lampone, spumeggia, cresce in bocca e le bollicine ridono e fanno gridini di gioia … ci offre, bevendola, la letizia, perché è veramente prodigioso.

    Qualche mese più tardi, il 24 novembre 1999, nell’ambito delle celebrazioni alfieriane 1999-2003, fu presentato il libro che i Cavalieri avevano voluto dedicare a Vittorio Alfieri: «La pubblicazione – spiegò con orgoglio Adriano Rampone – è stata fatta con le sole nostre forze …».
    Al Capitolo degli auguri di fine anno, tenutosi nel Roero, partecipò anche il nuovo prefetto di Asti, Bruno d’Alfonso, proseguendo una tradizione che, ad ogni Capitolo, sin dall’inizio, aveva visto la presenza di molte delle autorità militari e civili della provincia. Rampone spiegò la sede scelta affermando che la settecentesca «Tenuta Piedelmonte» offriva sicurezza per gusto, signorilità e ricettività di prestigio; ricordò poi che nel 2000 si sarebbe festeggiato il trentesimo anniversario dell’Ordine che, seguendo le indicazioni di Borello, si era sempre battuto per la tutela e la promozione dei vini e della cucina astigiana e monferrina. Ricordò lo scomparso confratello Pierluigi Sacco Botto come promotore di una serie di menu d’autore, continuata per merito del cerimoniere Pippo Sacco: alla già prestigiosa collezione si sarebbe aggiunta nel capitolo attuale un’altra importante opera firmata da Emanuele Luzzati. Annunciò poi che la Sovrintendenza alle belle arti aveva concesso l’autorizzazione a riprendere i lavori di restauro (sponsorizzati dall’Ordine e sospesi dalla metà del 1975 per contrattempi burocratici) della facciata della chiesa della SS. Trinità di via Cavour, danneggiata dall’alluvione del 1994. Infine, ebbe parole di apprezzamento per la pubblicazione del libro «L’incisione in scena», tratto dalle tavole di Guido Gonin e curato da Carla Forno, avvenuta per celebrare solennemente il 250° anniversario della nascita di Alfieri.
    Con l’anno Duemila giunse il momento di festeggiare i trent’anni di attività dell’Ordine dei Cavalieri delle Terre di Asti e del Monferrato, il che avvenne puntualmente con il Capitolo del trentennale, svoltosi a Palazzo Mazzola il 13 maggio.
    Nella relazione di rito, Rampone rivendicò all’Ordine i molti «riconoscimenti di altissimo pregio» ottenuti, grazie ai quali i Cavalieri si qualificavano

    come polo di trasmissione di cultura e di tutela delle tradizioni più genuine … per la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e naturale delle nostre terre e per la divulgazione della conoscenza dei nostri vini e della nostra cucina ... L’Ordine conta oggi 300 Cavalieri effettivi, 80 Cavalieri d’onore, 60 Buoni vignaioli, 25 Artisti della vite e del vino ed un Buon trifolao ... Abbiamo ripetutamente percorso le belle valli e le pianure operose delle nostre terre, spingendoci alla ricerca della antiche usanze e delle storie che affondano le loro radici nel passato ... Ambasciatori della civiltà del vino, abbiamo fatto nostro punto d’onore la realizzazione del vino astigiano e monferrino ... il nostro Ordine in questi anni ha fatto intensa opera di educazione al bere giusto, con rispetto, discernimento e soprattutto con misura … Abbiamo cercato e cerchiamo in ogni occasione di far conoscere e valorizzare i grandi pregi, la cultura e la storia della nostra cucina tradizionale, abbinata ai giusti vini nostrani. Il nostro mai dimenticato Giovanni Borello si è battuto perché le acque del Tanaro rimanessero limpide e le sue sponde verdi e fiorite, perché i profili delle colline si conservassero puri e solenni …

    Richiamò alla memoria le posizioni prese in difesa dell’acqua e dell’aria, così come delle tradizioni, fossero pure quelle folcloristiche legate all’astigianità di
    Giandoja. Importante era stata l’iniziativa dei menu d’autore, affidati per ogni Capitolo ad artisti di valore (quello del trentennale fu realizzato da Colombotto Rosso, pittore, scultore ed incisore), che avevano dato vita, nel corso degli anni, ad una pregevole collezione di opere d’arte del tutto particolari. L’Ordine si era impegnato nel sociale e nella cultura ma, guardando al futuro, Rampone sostenne che si sarebbero dovute creare prospettive per il turismo, che non doveva più essere soltanto quello del fine settimana, ma attività

    a tutto campo, in grado di proporsi come economia di settore, capace di creare un indotto proprio ed una specifica ricaduta occupazionale … Spetta agli amministratori dei Comuni, ed alla Regione, rendere praticabile questa strategia … Il nostro Ordine intende sicuramente non estraniarsi, ma porsi come elemento costruttivo a disposizione delle figure istituzionali … E’ necessario che Comune, Provincia e Camera di Commercio si decidano ad unire le forze … abbiamo urgente bisogno di un’area istituzionale riferita esclusivamente al territorio ed alle sue qualità turistiche, enologiche, gastronomiche, ecc. .. Un’idea che, se ad Asti può sembrare rivoluzionaria, in altri centri vicini è ormai abitudine ultradecennale.

    Nel Capitolo della Douja, svoltosi il 30 settembre, il Gran Maestro commemorò in modo particolare un Cavaliere che aveva avuto particolare importanza per l’Ordine, ossia Ermanno Briola, Storiografo e Guardasigilli, persona di grande cultura, serietà e laboriosità. Appassionato di arte medievale e di storia astigiana era stato il regista del Festival delle sagre, cui aveva fornito con passione la sua competenza. Conosceva ed amava i vini ed i piatti migliori della tradizione astigiana e la sua cultura era stata il sostegno dell’organizzazione di ogni capitolo. «Di carattere non facile – ricordò Rampone - sincero ed irruento, sapeva anche ascoltare chi aveva competenze maggiori delle sue». Aldo Pia, presidente della Camera di commercio, informò i presenti sui risultati della Douja del 2000, che aveva qualificato con il suo sigillo 270 vini sugli 845 campioni presentati, provenienti da diciannove regioni italiane: la selezione era avvenuta nella nuova sede della manifestazione che, dopo alcuni anni itineranti, era stata posta nel Palazzo del Collegio. Il Gran Maestro ribadì l’importante funzione svolta dalla Douja nell’opera di educazione al bere bene e con moderazione, quindi annunciò che entro novembre sarebbero state inviate le convocazioni per le elezioni e per il rinnovo delle cariche per il triennio successivo.
    Rivendicando l’azione svolta dall’Ordine per ridare prestigio al vino astigiano, con una colorita espressione dialettale disse che per molti anni esso era stato considerato solo un prodotto da osteria, bevuto dai
    pista pauta, ossia solamente dai contadini e da coloro che esercitavano mestieri umili, in cui toccava muoversi nel fango.
    Dall’assemblea generale di tutti i cavalieri effettivi per le elezioni delle Dignità dell’Ordine emerse il nuovo Gran Consiglio, che vide la riconferma di Adriano Rampone a Gran Maestro ed elesse le seguenti cariche: Giuseppe Bracciale (Guardasigilli), Leonardo Cetera (Cancelliere), Pippo Sacco (Cerimoniere), Emilio Gili (Tesoriere), Bruno Gerbaldo (Storiografo), Viviano Ghia (Castellano), Giovanni Macagno (Plenipotenziario), Giuseppe Rosina (Mastro d’armi), Piero Bava (Mastro di cantina), Francesco Bonaccorsi (Mastro di cucina), Maurizio Ferraro e Rolando Doglione (Mastri di botte), Giorgio Rosso e Gino Barban (Cavalieri della vite). Revisori dei conti: Marcello Ciolli, Alfredo Capello e Giancarlo Fasano; probiviri Mario Accossato, Mario Scassa, Francesco Cima, Piero Sodano e Guido Paracchino. Come di consueto, la notizia fu riportata da tutti i giornali locali.


    Il primo Capitolo del nuovo secolo fu dedicato all’equinozio di primavera e si tenne a Cortanze, dove Rampone rievocò il paesaggio del Nord dell’Astigiano quando era pieno di vigne e di campi coltivati:

    Lasciatemi vedere ancora, come ai tempi dei miei anni verdi, paesaggi incantevoli sulle valli circostanti, vigne esposte a sud ovest con filari perfetti, uniformi, ben allineati come soldati pronti per le esercitazioni, filari dalle foglie azzurre, come fossero pitturate una ad una da mano esperta con la poltiglia bordolese, che oggi non si usa più … vigne, campi spezzettati … prati verso i fondovalle, ben curati per mantenere la mucca, forza motrice per i duri lavori, per il latte prezioso alla famiglia e riscaldamento assicurato per i lunghi e duri inverni di quei tempi … vigne e poi vigne, qualche boscaglia nei terreni esposti a mezzanotte, poi sempre vigne … Dove sono andati quei bei filari, tutti pettinati, destinati a rincorrersi a perdifiato sino all’orizzonte?

    Purtroppo le cose erano cambiate e, dopo decenni di abbandono delle campagne, non restava che constatare amaramente come la boscaglia avesse invaso tutto, tranne poche colline caparbiamente mantenute a vite da pochi viticultori. Tuttavia, affermò il Gran Maestro:

    … non si può che andare avanti! L’umanità ha sempre proceduto tagliando i ponti dietro di sé! … bisogna però incoraggiare le iniziative che stanno nascendo in modo spontaneo in alcuni paesi della provincia e attorno ad Asti. Bisogna conservare per i posteri tutto quel che è possibile.

    Affrontò poi il tema delle difficoltà che affliggevano il mondo agricolo, in primo luogo le malattie del bestiame, poi parlò dei prezzi troppo alti raggiunti dal tartufo e dalla ristorazione, un antico vizio che Borello aveva già stigmatizzato e che rischiava di allontanare il turismo, dirottandolo altrove.
    Il mese di maggio portò il fiorire dei campi e lo sbocciare della primavera: in questo momento felice si tenne un Capitolo a Montemagno e fu dedicato al pane, anche in relazione al fatto che in quei giorni si stava svolgendo in paese una manifestazione (promossa da Provincia, CNA e Confartigianato) finalizzata a valorizzare il pane monferrino. A Montemagno fu perciò allestito un mercatino del pane, in abbinamento agli altri prodotti tipici locali. Il Capitolo iniziò alle 18.30 e si tenne nella chiesa parrocchiale dei Santi Martino e Stefano: l’obiettivo degli organizzatori era quello di arrivare ad una DOC del pane monferrino e per questa ragione l’Ordine, da sempre impegnato nella tutela dei prodotti locali, diede l’avallo della sua presenza.
    Rampone ricordò che, all’inizio degli Anni Cinquanta, proprio a Montemagno «era scaturita la scintilla della cooperazione che cambiò non solo l’economia, ma tutta la fisionomia dell’intera zona».
    Dei problemi e dei rischi della cooperazione il futuro Gran Maestro aveva parlato a lungo con il dott. Rinetti, il farmacista del luogo, pensando di costruire una cantina sociale a responsabilità limitata al solo valore delle uve conferite:

    … siccome non ci si fidava delle due o tre Cantine che già esistevano in provincia – spiegò Rampone – in pullman, con uno sparuto gruppo di produttori, partimmo per Reggio Emilia per studiare il modo in cui la locale cooperazione si era organizzata. L’entusiasmo era alle stelle e in un tempo minimissimo, impensabile, sorse la Cantina sociale di Montemagno e zone limitrofe … la mia formula vincente erano le cooperative a responsabilità limitata ..

    Purtroppo la politica delle banche, che concedevano prestiti solo laddove esisteva una responsabilità illimitata, fece naufragare molte delle Cantine che si costituirono. Concluso il momento della memoria («... non mi sarebbe stato possibile, proprio qui dove è nata la mia prima Cantina sociale, la mia pupilla, ignorare un avvenimento così importante per la mia vita!»), Rampone descrisse le principali caratteristiche del vino Ruchè, prodotto da un antichissimo vitigno autoctono della zona e ricco di molte e gradevoli caratteristiche.

    Vino non aggressivo, perché moderato in tutte le sue componenti, morbido per i residui zuccherini elaborati al sole, sapido con profumo di fruttato che ricorda la rosa e la ciliegia marasca molto matura. Porta nel calice l’aroma gioioso, giusto, moderato come l’uva che lo produce. Piace a chi ha bisogno di fugare una stanchezza, a tutte le ore della giornata! Ha un colore bello, piacevole all’occhio … asciutto nel sapore con quel tanto di aroma tipico, non ruvido, che assolutamente cede il suo sapore al vellutato e che ricorda masticando l’uva passa al sole. … Il nome non deriva dalle rocche, perché nei sette comuni della DOC che lo producono non ci sono rocche. Probabilmente deriva dal francese runcet, che identifica in italiano la malattia della virosi; infatti il Ruchè è molto resistente a questo virus. E’ un antichissimo vitigno autoctono di questa piccola zona, dove è stato da sempre coltivato esclusivamente sui colli a nord – est di Portacomaro.

    La cena d’onore si tenne al ristorante «Il Mulino» di Refrancore: il menu d’autore fu realizzato da Paolo Fresu e venne distribuito ai partecipanti, insieme ad un opuscolo dedicato al pane, alla sua storia ed al suo utilizzo in cucina.
    A Canelli, nella sala consiliare del Municipio, si tenne invece il Capitolo della
    Douja d’or e delle Città del vino: Rampone ricordò che le prime Città del vino erano state tenute a battesimo nel capitolo di Frascati dall’allora Gran Maestro Giovanni Borello, che in quella occasione le aveva intronizzate nell’Ordine con uno speciale medaglione appositamente studiato e realizzato. Quanto alla nuova sede del Palazzo del Collegio, che in un primo tempo aveva suscitato molte perplessità, Rampone ritenne essersi invece dimostrata una sistemazione adatta alla Douja.
    L’anno si concluse con il consueto Capitolo degli auguri, svoltosi in una sede decisamente inconsueta, come il salone d’onore del palazzo vescovile di Asti. Il vescovo, mons. Francesco Ravinale, fu proclamato Cavaliere d’onore ed Ordinario dell’Ordine dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato. In riferimento al luogo in cui si stava svolgendo il Capitolo, Rampone rimarcò che proprio nel Salone dei vescovi il 25 gennaio 1842 era stata costituita la Cassa di Risparmio di Asti, come appare dalla targa commemorativa: inoltre, nel salone era stato celebrato il 150° anniversario della fondazione della Banca e, il 26 settembre 1993, era stato servito il pranzo in onore di Papa Giovanni Paolo II, in visita ad Asti in occasione della beatificazione di mons. Giuseppe Marello. Aggiunse poi:

    … l’anno che sta per finire ricalca un momento difficile sotto tutti gli aspetti, anni carichi di tensioni, di preoccupazioni, di delusioni, di recessioni. Oggi ci rendiamo conto come questo clima abbia finito per incidere pesantemente anche sulla nostra attività, soprattutto sull’entusiasmo che ha sempre dato vita al nostro Ordine. Apriamo i nostri cuori alla speranza e non abbandoniamoci al più nero pessimismo …

    Nel 2002 si tennero quattro Capitoli: uno a Genova, detto dei Dogi, uno dedicato al vino «Asti spumante … seduzione al femminile», un terzo per scambiarsi gli auguri di Natale, stavolta nel refettorio del seminario vescovile. Il quarto, tradizionalmente dedicato alla Douja d’or, si riunì negli spazi della Cantina sociale «Araldica» di Castelboglione: la relazione ufficiale fu tenuta dal fondatore dell’azienda, l’enologo Livio Manera.
    Rampone ricordò che se la Douja nella formula attuale era giunta alla sua 36^ edizione, in realtà l’idea originaria era più antica, dato che

    molti anni prima della sua fondazione esistevano già ad Asti i concorsi enologici, inventati nel dopoguerra dall’allora presidente della CCIAA di Asti, dott. Aldo Pronzato … industriale di tutt’altro settore, il quale aveva già capito che per valorizzare i nostri vini era necessaria una competizione fra produttori e commercianti, che stimolasse i produttori a migliorare la qualità. Quei primi concorsi furono a carattere interregionale (Italia Settentrionale) e si svolsero in un’atmosfera in cui alla qualità si pensava ben poco. Allora era importante produrre e basta! Di quei concorsi ricordo con particolare interesse la sezione dedicata ai vini di regime, idea sostenuta dal prof. Debenedetti, il quale era un convinto sostenitore e assertore del vino come alimento medicamentoso, se assunto in certe dosi ed in certe condizioni, scegliendo solo certi tipi di vino … dopo quei lontani anni arrivò Borello e si avviò la storia della Douja. Il grande merito degli inizi fu quello di riportare l’attenzione sul mondo del vino, in un periodo in cui tutti pensavano all’industria come unica soluzione possibile.

    In chiusura, Rampone informò che alla
    Douja del 2002 erano stati presentati da 388 Case produttrici (di cui 180 premiate) ben 1013 vini, 334 dei quali erano stati riconosciuti di grande qualità.
    In occasione della visita ad Asti del presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, il prefetto D’Alfonso invitò il Gran Maestro Adriano Rampone a rappresentare l’Ordine dei Cavalieri delle Terre di Asti e del Monferrato, intervenendo all’incontro ufficiale che si sarebbe svolto in Prefettura giovedì 3 aprile 2003. Il giorno stabilito, Rampone rivolse al Presidente il saluto di tutti i Cavalieri, ricordando la storia dell’antica Asti medievale e sottolineando come il fine statutario dell’Ordine sia quello di conservare cultura e tradizioni della civiltà contadina di ieri e di oggi; consegnò poi a Ciampi il collare di Cavaliere d’onore dell’Ordine e lo invitò a firmare sul libro d’onore.
    Il Capitolo di San Benedetto fu dedicato all’ingresso di nuovi Cavalieri e vide Rampone tessere le lodi di tre vini DOCG che si trovano nel territorio attorno a Sezzadio, vale a dire il Cortese, il Dolcetto ed il Brachetto: per il Capitolo della
    Douja fu scelta invece la Cantina sociale di Mombaruzzo, premiata con uno dei cinque Oscar della Douja al 31° concorso enologico nazionale per la sua «Barbera d’Asti 2001 - San Pietro». La Cantina sociale aveva festeggiato nella primavera 2003 i cento anni di attività, che la ponevano fra le più vecchie cooperative enologiche d’Italia.
    Riandando agli anni precedenti la nascita della
    Douja, Rampone ripetè che al tempo esisteva l’«Ente autonomo Fiera del vino d’Italia», sorto agli inizi degli Anni Cinquanta e presieduto dall’allora presidente Camerale, dott. Aldo Pronzato, sotto la cui guida era nato nell’ottobre 1951 l’ONAV, che fra i suoi primissimi iscritti ebbe lo stesso Rampone, entrato a farne parte nel 1952. L’orazione ufficiale si concluse con la citazione di una frase di Borello che il Gran Maestro ripeteva spesso, essendogli particolarmente cara: «Abbiamo lavorato tutti insieme, con serietà, con passione, si sono imparate le cose buone degli altri, si è tentato di evitare i loro errori, si sono inventate cose nuove e riscoperte cose vecchie».
    Nel mese di novembre i Cavalieri s’incontrarono a Castell’Alfero con i membri della Confraternita del Sagrantino di Montefalco (Perugia): all’inizio di dicembre giunse invece il Capitolo degli auguri, in cui Rampone prima esortò tutti i cavalieri ad impegnarsi di più nella vita dell’Ordine, poi ricordò con soddisfazione le cose fatte e specialmente il Capitolo di Quarto (svoltosi nella tenuta di proprietà della famiglia Bonaccorsi), durante il quale erano stati intronizzati cavalieri i cardinali Angelo Sodano e Giovanni Cheli. Infine, ebbe parole di gratitudine per Pippo Sacco e per il figlio Alessandro per lo studio fatto su tradizioni, usi e costumi, producendo il materiale che sarebbe stato alla base del calendario da distribuire ogni anno ai soci.
    Nel Capitolo del Gran consiglio, il primo del 2004, Rampone venne riconfermato nella carica di Gran Maestro, affiancato dai consiglieri Giuseppe Bracciale (Guardasigilli), Leonardo Cetera (Cancelliere), Pippo Sacco (Cerimoniere), Emilio Gili (Tesoriere), Bruno Gerbaldo (Storiografo), Rolando Doglione (Castellano), Giovanni Macagno (Plenipotenziario), Giuseppe Rosina (Mastro d’armi), Piero Bava (Mastro di cantina), Francesco Bonaccorsi (Mastro di cucina), Gino Barban e Massimo Malfa (Mastri di botte), Giuseppe Negro e Alberto Nosenzo (Cavalieri della vite). I revisori dei conti furono Marcello Ciolli, Alfredo Capello e Antonio Melillo, Tom Cerrato e Serafino Stobbione, mentre vennero scelti come probiviri Giovanni Bressano, Mario Accossato, Francesco Cima, Piero Sodano e Guido Paracchino. Nella sua relazione Rampone disse:

    l’Ordine ha intrapreso unito un’intensa opera di valorizzazione del territorio. Abbiamo mirato a far conoscere i grandi pregi della storia, della cultura, della nostra gastronomia tradizionale, avviando un’intensa opera di educazione al bere giusto … per i menu d’autore sono state scelte le firme più prestigiose, che hanno arricchito ogni capitolo con vere opere d’arte di pregio indiscusso”.

    Ricordò che, al termine di tutte le attività, risultava soddisfacente anche il bilancio economico che manteneva in attivo il patrimonio sociale: al momento, l’Ordine contava 273 Cavalieri effettivi, 81 Cavalieri d’onore, 60 Buoni vignaioli, 25 Artisti della vite e del vino: dal novembre 2000 al 2004 si erano svolti 14 capitoli, con l’ingresso di 46 Cavalieri effettivi ed 11 d’onore.
    Nel Capitolo del Versa, Rampone ricordò che il torrente, che divide il territorio di Calliano da quello di Castell’Alfero, rappresentava qualcosa di più di un semplice corso d’acqua, era un confine che separava completamente due tradizioni distinte, quella monferrina e quella astigiana, diverse anche nel dialetto. Rampone dichiarò che avrebbe voluto lasciare l’incarico di Gran Maestro, ma di aver cambiato idea dopo avere ricevuto da tutti i membri del Consiglio la sollecitazione a restare: «I risultati elettorali, poi, hanno confermato che mi volete tutti bene, dimostrando un unanime attaccamento all’Ordine.» A proposito dell’inaugurazione del busto dedicato a Giovanni Borello dagli artigiani di Asti, informò i Cavalieri di aver chiesto al sindaco di dedicare una via o una piazza alla sua memoria: il Gran Consiglio si sarebbe adoperato per sostenere la richiesta, rafforzata dal fatto che il successivo 15 luglio la sede Camerale ed il palazzo annesso sarebbero stati intitolati rispettivamente a Giovanni Borello e Giovanni Goria.
    Seguirono il Capitolo della
    Douja (svoltosi alla Cantina sociale del Freisa di Castelnuovo don Bosco, scelta per aver meritato uno degli otto Oscar del concorso della Douja) e quello degli auguri di Natale, stavolta negli spazi dell’archivio di Stato di via Govone. Durante il Capitolo Luciano Nattino e Adriano Rissone recitarono il «Gelindo»; commemorando i Cavalieri defunti, il Gran Maestro ringraziò, com’era sua consuetudine ad ogni Capitolo, la segretaria Silvana Negro, il suo collaboratore Pierluigi Cerrato, oltre che la moglie ed ambasciatrice del vino, Renata.
    Il primo Capitolo del 2005 si tenne il 3 aprile a Montiglio e fu detto «delle chiese romaniche
    »: il Gran Maestro ripensò alle colline circostanti di molti anni prima, quando

    i paesi erano letteralmente sommersi in un mare di vigneti e solo pochi, isolati, casolari interrompevano armonicamente il paesaggio, in cui tutto faceva pensare al vino e all’aria pura … oggi non è più possibile catturare con lo sguardo quei filari

    Montiglio, oltre che di uve, è terra di tartufi:

    … fra l’erba bagnata di novembre e l’odore del muschio di questi boschi, che hanno in parte sostituito le vecchie vigne, tra le foglie morte e fradicie per l’umido delle nebbie, tra i resti dei funghi cattivi ormai quasi disfatti, ecco arrivare i bei profumatissimi tartufi bianchi, di cui tutto il Monferrato è ricco …

    Fra i personaggi locali, ebbe parole di apprezzamento per Mario Tebenghi, famoso per le sue meridiane, create e restaurate, che in tutto il paese superano il numero di cinquanta: altre cinquecento, Tebenghi le aveva censite ed archiviate su supporto informatico.

    Nel corso dell’anno si tennero altri tre Capitoli, il primo dei quali fu convocato a Sanremo e fu detto «Capitolo dei premi Nobel»: annunciato da un articolo de «L’Eco della Riviera», si tenne nella villa in cui Alfred Nobel aveva trascorso i mesi invernali dell’ultimo periodo della sua vita, dal 1891 al 1896, dopo di che l’edificio era diventato un museo, dedicato a tutti gli insigniti del premio Nobel. Motivando la decisione della convocazione del Capitolo a Sanremo, Rampone disse che era stata dettata dal desiderio di molti di visitare altre zone al di fuori dell’Astigiano: la scelta era in relazione ai legami storici e sentimentali di moltissimi Astigiani con la Liguria, che da sempre intratteneva scambi economici con la terra astigiana e piemontese.
    Il Capitolo della
    Douja si tenne nei locali della Cantina sociale «Sei castelli» di Castelnuovo Calcea e fu l’occasione per incontrare e salutare ufficialmente Mario Sacco, nuovo presidente della Camera di Commercio di Asti, l’Ente che da sempre sostiene le attività dei Cavalieri; il Capitolo degli auguri ebbe invece come sede la chiesa di San Martino, in cui Rampone commemorò la scomparsa del dott. Viviano Ghia, per molti anni consigliere dell’Ordine.
    Il 19 marzo 2006 si tenne alla «Cascina Veneria» di Vercelli il Capitolo del riso, convocato in una sede molto particolare. Infatti la cascina (che risultava esistente già nel Seicento e comprendeva 700 ettari di terreno, dal 1932 di proprietà della famiglia Agnelli) nel 1949 era stata la sede in cui si era girato il film “Riso amaro”, considerato il capolavoro neo realista del regista Giuseppe De Santis. Alla «Veneria» entrarono a far parte dell’Ordine diversi nuovi Cavalieri: fra questi fu proclamato Cavaliere d’onore il cardinale Tarcisio Bertone, mentre all’onorevole Maria Teresa Armosino, all’epoca sottosegretario alle Finanze, fu attribuito il titolo di Buona vignaiola.
    Ad Altavilla Monferrato i Cavalieri si ritrovarono invece per il Capitolo del tramway, durante il quale visitarono la distilleria Mazzetti, di Laura Raimondi Mazzetti, che nel museo della grappa raccoglie le testimonianze dell’attività di distillatori di sei generazioni della sua famiglia..
    Il tradizionale Capitolo della
    Douja si svolse alla cascina «Caudrina» di Romano Dogliotti, in Castiglione Tinella: la scelta della sede fu dovuta al fatto che proprio al Moscato «La Caudrina» era stato assegnato l’Oscar della Douja.
    Nel quarantesimo compleanno della Douja, Rampone rilevò la costante crescita annuale del concorso vinicolo, divenuto un fenomeno unico nel panorama enologico italiano, in parallelo con il miglioramento della qualità dei vini: cantò poi le lodi del Moscato, frutto di una terra difficile e di un duro lavoro, citando Edmondo De Amicis che così lo aveva descritto:

    E’ un vino che dona il sole agli uomini che non ce l’hanno, vivendo in terre non mediterranee … un vino che stabilisce un benessere, bandisce la malinconia e offre letizia. E’ prodigioso, piace a tutte le ore e non è facilmente dimenticabile.

    Da esperto enologo, Rampone non seppe trattenersi dal descrivere l’Asti

    che si produce rispettando le particolari caratteristiche del fragrante aroma dell’uva Moscato, con tecniche perfettissime e complicate. L’aspetto essenziale di questo ineguagliabile e scintillante vino è la spuma che accende negli occhi dei consumatori la briosità e la felicità … ha un aroma ridondante, spettacoloso, che tenacemente richiama i sentori fruttati dell’uva appena raccolta e rammenta i fiori di acacia, quelli di tiglio e di arancio, il miele e tanti altri frutti …

    Tuttavia, per ottenere un buon vino dalla generosa materia prima fornita dalla natura, è fondamentale la mano dell’uomo, che sorveglia e guida il processo di trasformazione della materia, affiancando alle antiche tradizioni le più moderne tecnologie.
    L’anno si chiuse con il Capitolo degli auguri, svoltosi nella chiesa di San Secondo il 16 dicembre 2006: al prof. Renato Bordone fu affidato il compito di spiegare ai convenuti le bellezze architettoniche e la secolare storia della Collegiata.
    Nel corso del 2007 si tennero soltanto tre Capitoli, il primo dei quali fu dedicato all’aceto balsamico e si tenne a Spilamberto, dove i Cavalieri incontrarono la Consorteria dell’Aceto balsamico tradizionale. Rampone ricordò il ruolo importante della Consorteria nella promozione di un aceto famoso in tutto il mondo ed aggiunse una nota di personale commozione, affermando di essere onorato «di poter glorificare in qualche nostro modo queste terre che diedero i natali alla preziosa compagna della mia lunga vita.»
    Il secondo Capitolo fu quello della
    Douja, svoltosi all’azienda «Il Cascinone» di Castel Rocchero il 22 settembre 2007, per onorare la Cantina «Araldica», cui era stato assegnato l’Oscar della Douja per il suo Gavi 2006 DOCG.
    Infine, nella Cattedrale di Asti si tenne il capitolo degli auguri, nel quale il Gran Maestro sottolineò il fatto che l’Ordine, pur con pochi mezzi, aveva sempre cercato di proporre luoghi prestigiosi per le sue riunioni «in ambienti dove si respirano a pieni polmoni storia e tradizione». Ricordò Borello e gli amici scomparsi, fra cui Ermanno Briola, gli Artisti della vite e del vino Carlo Carosso e Emanuele Luzzati: accettando che non ci si possa opporre al cambiamento dei tempi e constatando che non erano realizzabili i punti dello Statuto che si proponevano la salvaguardia del mondo dei campi, disse: «… bisogna tuttavia salvare il salvabile … almeno il ricordo, ma questo dipenderà anche dalla scuola, dagli amministratori e dall’agire di tutti …». Passando agli aspetti personali, ringraziò tutti i membri del Gran Consiglio che avevano dimostrato la loro simpatia in occasione delle nozze di diamante festeggiate con la moglie Renata, ambasciatrice del vino «che mi è stata fedele compagna per tutta la vita.» Nell’occasione furono nominati Cavalieri il vice questore Attilio Dezani, il provveditore Francesco Contino e il tenente colonnello dei Carabinieri, Graziano Attimonelli.
    Il 1° marzo 2008 si tenne a Parigi il solenne Capitolo di Montmartre, seguito dal Capitolo delle elezioni, svoltesi al ristorante «La grotta».
    Nella relazione d’apertura, Rampone ricordò l’attività svolta dall’Ordine, che contava al momento 233 Cavalieri effettivi, 87 Cavalieri d’onore, 62 Buoni vignaioli, 30 Artisti della vite e del vino: dal marzo 2004 al marzo 2008 si erano tenuti 15 Capitoli e negli ultimi due anni era iniziata la serie dei calendari culturali. Ringraziò per la loro opera tutti i componenti del Gran Consiglio ed in particolare la segretaria, Silvana Negro «instancabile e gentilissima, non per niente io la chiamo la mia gran maestra, e se lo merita!». Nelle successive elezioni per il consiglio Rampone fu riconfermato nella carica di Gran Maestro: lo affiancarono i consiglieri Giuseppe Bracciale (Guardasigilli), Leonardo Cetera (Cancelliere), Rolando Doglione (Cerimoniere), Emilio Gili (Tesoriere), Bruno Gerbaldo (Storiografo), Massimo Malfa (Castellano), Giovanni Macagno (Plenipotenziario), Giuseppe Rosina (Mastro d’armi), Alberto Nosenzo (Mastro di cantina), Francesco Bonaccorsi (Mastro di cucina), Michele Di Paolo e Giuseppe Negro (Mastri di botte), Aldo Arcari e Luciano Gnesotto (Cavalieri della vite). Revisori dei conti: Marcello Ciolli, Alfredo Capello e Antonio Melillo; probiviri Giovanni Bressano, Francesco Cima, Piero Sodano, Piero Bava e Tom Cerrato. Come sempre, la nuova composizione del Consiglio fu riportata da tutti i giornali locali.
    Il Capitolo della
    Douja si riunì a San Damiano, nella Cantina sociale «Terre dei Santi»: Rampone parlò della nascita della Cantina sociale, avvenuta nel 1953, quando la prima sede era stata posta in una vecchia cantina in disuso del centro abitato, proprietà di un ex commerciante di vini. Ricordò la gran voglia di fare del neo presidente Teresio Gai, e del farmacista e vice presidente dott. Ramello, ai quali si era affiancato lui stesso, in qualità di enologo consulente esterno.
    Nel 1958 si era deciso di costruire una nuova cantina, l’attuale, della quale ricordò il cantiniere Scaparino e il segretario, geom. Luigi Marinetti: la cantina fu costituita a responsabilità limitata e presieduta dal dott. Luigi Ramello. Gli anni che seguirono la costruzione della nuova sede furono difficili per il mondo del vino e per i produttori sandamianesi che conferivano le loro uve alla cooperativa: la direzione fu affidata ad un nuovo presidente, Vincenzo Ramello, che mantenne il suo incarico sino al momento della fusione con Castelnuovo, quando il timone passò ad Aldo Musso, già presidente della Cantina sociale «Terre dei Santi» di Castelnuovo Don Bosco.
    Tornando alla
    Douja, Rampone sottolineò che la competizione enologica non si esauriva in poche settimane, ma era una sfida al continuo miglioramento dei vini, protratta nell’intero corso dell’anno, con evidenti e positive ripercussioni sui mercati: la manifestazione continuava perciò a perseguire la sua opera di stimolo alla costante ricerca della miglior qualità. Infine, Rampone si complimentò per i risultati ottenuti dai responsabili della Cantina «Terre dei Santi», alla quale erano stati assegnati un Oscar della Douja e cinque premi Douja.
    Il 13 dicembre 2008 si celebrò nella chiesa di Maria Ausiliatrice di Viatosto il capitolo degli auguri e fu questa l’ultima occasione conviviale che Rampone trascorse insieme ai Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato: nel successivo mese di gennaio sarebbe deceduto.


    Attualità e futuro dell’ordine: Giuseppe Bracciale
    .


    Giuseppe Bracciale raccolse il testimone lasciato da Adriano Rampone e il 19 aprile 2009 celebrò il suo primo Capitolo da Gran Maestro dell’Ordine al castello di Viale, di cui lo storiografo Bruno Gerbaldo illustrò le caratteristiche. Il secondo appuntamento fu a Luni, per visitare la «Cà Lunae» dell’azienda Bosoni: ricordando di essere nato fra le colline della provincia di La Spezia, Bracciale sottolineò che la scelta di Casa Bosoni era stata determinata dal fatto che nella Douja 2009 (37° concorso enologico nazionale) a ben sette vini della medesima azienda era toccato il premio
    Douja d’or, e due di essi avevano ricevuto l’Oscar della Douja. “Vini dal sentore salino o fruttati – disse il Gran Maestro – o velati da un dolce intenso, che rappresentano il miglior invito a conoscere il territorio, a lasciarsi sedurre dal suo paesaggio mutevole che alterna colline e pianure, scogliera e litorale sabbioso: un’alchimia di opposti, fatta di terra e di mare, che scopre una perfetta sintesi proprio nell’enogastronomia locale …” I colli di Luni, già noti nell’antichità per la loro capacità di produrre vini generosi, furono celebrati da Plinio il Vecchio ed elogiati nei versi di Dante, Petrarca, Boccaccio e Carducci. Nel ricordare che il Capitolo era occasione per unire le culture piemontesi e liguri, Bracciale affermò:

    anche per il nostro Ordine, la celebrazione dell’enogastronomia esalta la tavola come il luogo in cui si sedimenta la memoria, in cui si tiene vivo il ricordo di antiche gestualità attraverso un eguale sapore, e si disegna il profilo intimo di una tradizione da preservare per le generazioni future. In tutto questo un ruolo di primo piano spetta al vino e a tutto ciò che lo colma di significato: fatica, cura, attesa, ma anche conoscenza, minuzia e passione ...

    Il Capitolo della
    Douja si tenne a Cisterna, dove il Gran Maestro tracciò una storia del vino, a partire dalle citazioni dei classici sino all’odierna ricerca di una produzione di sempre maggior qualità. I greci bevevano vino in ogni occasione conviviale ed il suo consumo era considerato fonte di grande prestigio, tanto che Alceo scrisse «Il vino è lo specchio dell’uomo»: i latini coniarono il detto «In vino veritas», riconoscendo la potenza disinibitrice del frutto della vite. Il vino è da sempre un salutare complemento dell’alimentazione e la cultura del bere bene e con moderazione, accompagnandosi alla ricerca di una sempre miglior qualità del prodotto, non potrà che giovare alla promozione economica del territorio astigiano.
    Facendo seguito al Capitolo di Viale, il Capitolo degli auguri si onorò della partecipazione del vescovo di Asti, mons. Francesco Ravinale e chiuse l’anno: il 2010 si aprì con il Capitolo del Pianalto, che fu celebrato nel suggestivo sito di Borgo Corveglia e vide la partecipazione di Giovanni Bressano, presidente della
    “Famija Albeisa”.
    Nella seconda metà del mese di giugno i Cavalieri si riunirono nuovamente a Nizza, dove il Gran Maestro ricordò che questo territorio rappresenta

    il cuore gastronomico della più estesa area del Monferrato, scrigno di prodotti tipici di assoluta eccellenza … Il nostro itinerare per assemblee capitolari deve riscoprirsi anzitutto come occasione di consapevolezza di ciò che siamo ed abbiamo, per recuperare un sentimento di fiducia saldamente ancorato all’anima enologica del nostro territorio … nel 1990 … nasceva la Bottega del Vino di Nizza Monferrato, oggi Enoteca regionale e vineria, un luogo di riferimento e convivialità per vignaioli, artigiani del cibo, eno-appassionati e per noi Cavalieri …

    Nel Capitolo della
    Douja, a quarant’anni dalla fondazione dell’Ordine, il Gran Maestro Giuseppe Bracciale ricordò che il ritrovarsi ancora una volta a Costigliole, in uno dei castelli più ricchi di fascino dell’intera provincia, non poteva non richiamare alla mente

    il memorabile 17 ottobre 1970, in cui quindici autentici patriarchi del vino misero mano allo Statuto di un nuovo ordine di Cavalieri animati da un ideale imprescindibile: esaltare e rendere gloria alle grandi terre di Asti e del Monferrato. Giovanni Borello assunse il merito di un’operazione assolutamente innovativa per l’epoca, gettando il seme di un nuovo cantiere di lavoro a favore del mondo economico, quello della promozione del territorio, confermando nel contempo il patrocinio dell’Ente Camerale nell’art. 1 dello Statuto dell’Ordine. Firmatari con lui dello Statuto, siglato fra queste stesse nobili mura, furono Luigi Balduzzi, Pier Luigi Accornero, Giovanni Amerio, Germano Cantarelli, Ottavio Coffano, Amilcare Gaudio, Giovanni Goria, Gianni Montalbano, Francesco Nela, Sergio Nebbia, Demetrio Paviglianiti, Giovanni Roveglia, Ugo Scassa e Franco Sgarbi. A quarant’anni di distanza, noi ci troviamo adunati nella medesima sede che fa da testimone di una pagina di storia … ciascun cavaliere rinnovi l’entusiasmo del suo giuramento, del momento in cui fece promessa solenne di impegnarsi personalmente a riscoprire e celebrare usi, costumi e tradizioni delle terre di Asti e del Monferrato, valorizzandone i vini tipici sia in Italia che all’estero, facilitando l’incremento del turismo e promuovendo contatti fra le Confraternite italiane e straniere. .. Quarant’anni di storia siano la garanzia più forte del nostro essere ambasciatori della civiltà del vino …

    Dopo aver ripassato i momenti più significativi della storia dei decenni trascorsi, in cui si erano alternati importanti gemellaggi, assise prestigiose e Capitoli svoltisi in Italia e all’estero, Bracciale richiamò alla memoria il ritrovo dei Cavalieri nella chiesa di Viatosto nel Natale 2008, ultima occasione di convivialità e di affettuosa amicizia vissuta insieme allo scomparso Adriano Rampone. Parafrasando Giovanni Borello, il Gran Maestro concluse la sua relazione dicendo: «Quarant’anni sono molti e sono pochi: molti se si scorre la successione dei Capitoli celebrati sinora, pochi se si pensa che abbiamo ancora e sempre un ruolo da svolgere, che si rinnova continuamente, pur restando ancorato ai nostri principi fondamentali. Questa è la missione cui siamo chiamati tutti noi e coloro che fra noi ancora verranno.»
    Il Capitolo di Natale fu ancora una volta onorato dalla presenza del vescovo, mons. Francesco Ravinale, che celebrò la Messa per tutti i Cavalieri nella chiesa di Santa Maria Nuova. Nella relazione augurale Giuseppe Bracciale espose la necessità di riproporre gemellaggi e Capitoli extraterritoriali, iniziando una nuova ed ambiziosa prospettiva, finalizzata a stimolare l’Ordine a proseguire sulla strada intrapresa quarant’anni prima.
    Il nuovo anno iniziò con il Capitolo del Suol d’Aleramo, svoltosi il 3 aprile 2011 a Cereseto, in provincia di Alessandria: qui Bracciale ricordò la rassegna enologica della «Luna di marzo», di antica tradizione perché ideata a suo tempo da Giovanni Borello, ma riportata in auge da Mario Sacco, attuale presidente della Camera di Commercio, per un ulteriore momento di promozione del vino astigiano. La bellezza e la suggestione del paesaggio suggerirono al Gran Maestro di far notare come la miglior strategia commerciale sia quella di legare il vino al territorio, in modo che il turista, insieme al vino, possa conoscere ed apprezzare anche la tradizione e la cultura che hanno contribuito a dar vita a quel prodotto. A termine del Capitolo fu organizzata una degustazione dei vini prodotti dalla Tenuta «La tenaglia» di Serralunga di Crea, dalla «Tenuta Genevrino» di Massimiliano Zanello (Ozzano Monferrato) e dalla Cantina sociale dei Colli di Crea.
    Il 1° ottobre si tenne invece il consueto Capitolo della
    Douja, che portò i soci a visitare le storiche cantine di Casa Gancia, un grande spazio sotterraneo in cui milioni di bottiglie sono state invecchiate secondo il metodo Charmat, o Champenois, per tutto il tempo necessario a far maturare il vino sino alla sua perfetta essenza. Divisi in gruppi guidati, i Cavalieri si soffermarono davanti ai moderni impianti di imbottigliamento e nella penombra delle antiche volte di mattoni, sotto le quali matura uno spumante famoso in tutto il mondo. Alla presenza di Vittorio Vallarino Gancia, il Gran Maestro ricordò come nel 1871 fosse stato proprio Carlo Gancia, insieme ad altri industriali del tempo, a promuovere l’iniziativa dell’Enofila per farla diventare un importante punto di vendita del vino astigiano. Nel 2011, peraltro, la 45^ edizione della Douja d’or si è tenuta proprio nei locali che erano stati originariamente sede dell’Enofila, oggi tornati ad essere luogo di promozione del territorio e punto d’incontro fra imprenditoria e territorio: motore dell’iniziativa che ha fatto dell’Enofila la nuova sede della Douja è stato Mario Sacco, presidente della Camera di Commercio di Asti. La serata capitolare si concluse con una cena d’onore alla «Locanda Gancia» di Canelli: nel corso della serata giunse a portare il suo saluto ai convenuti il governatore del Piemonte, Roberto Cota.
    Il 2011 si chiuse con il Capitolo degli auguri, tenutosi nel Santuario di San Giuseppe, posto accanto alla Casa madre della Congregazione degli Oblati di San Giuseppe Marello: in quest’occasione, ricordando che nel 2010 era stato approvato il nuovo Statuto (aggiornato secondo le norme previste dalla legislazione per le associazioni non profit) e che nel corso dell’anno era stato elaborato il Regolamento dell’Ordine, il Gran Maestro informò i soci che il 10 marzo 2012 si sarebbe riunita l’assemblea dei soci per il rinnovo delle cariche del Consiglio dell’Ordine. Inoltre, Bracciale dichiarò che ai quattro Capitoli annuali se ne sarebbe aggiunto uno straordinario per il gemellaggio con un’altra Confraternita; infine, passando ad un aspetto non secondario per qualsiasi associazione, il Gran Maestro informò i soci che i bilanci erano in ordine e presentavano un saldo attivo.
    Come previsto, agli inizi del mese di marzo 2012 fu convocata l’assemblea: il Gran Maestro ricordò ai presenti che dall’aprile 2008 al dicembre 2011 si erano tenuti 13 Capitoli ed erano entrati a far parte dell’Ordine 30 Cavalieri effettivi, 8 Cavalieri d’onore, 11 Buoni vignaioli e 10 Artisti della vite e del vino. Al termine dell’intervento si tennero le elezioni, dalle quali emerse il nuovo Consiglio, che assegnò le seguenti cariche: Giuseppe Bracciale (Gran Maestro), Francesco Bonaccorsi (Guardasigilli), Antonio Cetera (Cancelliere), Rolando Doglione (Cerimoniere), Emilio Gili (Tesoriere), Aldo Arcari (Castellano), Massimo Malfa (Mastro di cucina), Giovanni Macagno (Plenipotenziario), Michele Di Paolo (Mastro d’armi), Bruno Gerbaldo (Storiografo), Alberto Nosenzo (Mastro di cantina), Luciano Gnesotto e Giuseppe Negro (Mastri di botte), Franco Colombo e Aldo Musso (Cavalieri della vite). Revisori dei conti sono Alfredo Capello (presidente), Marcello Ciolli e Antonio Melillo; probiviri Bruno Verri (presidente) Graziano Attimonelli, Piero Bava, Giovanni Bressano e Piero Sodano.
    Nel successivo Capitolo di giugno il Gran Maestro ribadì l’intenzione di riprendere la tradizione dei Capitoli “fuori porta”,
    finalizzati a far conoscere l’Ordine ed i suoi scopi istituzionali anche al di fuori dei confini provinciali: nel mese di settembre, Bracciale ricordò invece gli ottimi risultati conseguiti dalla
    Douja d’or 2012, svoltasi nella sede dell’Enofila, prestigiosa sede dei 450 vini DOC e DOCG premiati nel corso della 40^ edizione della manifestazione. Nonostante il difficile momento economico, fu proposto come invito alla futura operosità lo slogan coniato per questa edizione della Douja dal presidente della Camera di Commercio, Mario Sacco: “Noi vediamo il bicchiere mezzo pieno: e voi?”
    Quanto sopra vale ormai per la storia degli anni passati, anche se, in parte, la narrazione sconfina nei giorni in cui si redige questo volume: in che modo i Cavalieri guardino oggi al futuro lo spiega lo stesso Giuseppe Bracciale, al quale chiediamo quali sono state le difficoltà del dover succedere a Borello e Rampone, due personaggi chiave dell’enologia astigiana.
    «Non nego di aver assunto l’incarico con una certa preoccupazione – afferma Bracciale – ma sin dall’inizio ho chiesto la collaborazione di tutti i membri del Consiglio. Ho sempre cercato di mantenere un legame molto stretto con la Camera di Commercio, perché i Cavalieri sono un’associazione aggregata alla medesima, per cui è naturale che si agisca insieme.»
    Per la crescita dell’Ordine è indispensabile avvicinare alle tematiche che questi si pone il maggior numero di persone possibile, soprattutto giovani: come pensate di poterli coinvolgere ?
    «In considerazione del fatto che i Cavalieri devono essere persone affermate e prestigiose, in passato c’era un po’ la tendenza a sostenere che difficilmente si potevano cooptare dei giovani. Oggi le cose sono cambiate e alcuni giovani sono entrati a far parte del Consiglio, ma non è così facile avvicinare persone interessate ai nostri scopi statutari. Si è pensato a manifestazioni loro riservate e finalizzate all’educazione al bere bene: inoltre, si potrebbero avvicinare i giovani impegnati nelle Pro Loco, che già sono sensibili alle tematiche della difesa e della promozione del territorio e dei suoi prodotti.»
    Giovanni Borello esortava i Cavalieri a non diventare un club di gaudenti che si ritrovano soltanto per bere bene e mangiar bene e li invitava a non dimenticare mai le loro finalità: a oltre quarant’anni dalla fondazione dell’Ordine che valutazione si può dare a questo proposito?
    «Non siamo una Confraternita di gaudenti e, anche se amiamo la buona tavola e il buon vino, non è questo l’unico scopo del nostro ritrovarci: nella preparazione delle nostre cerimonie analizziamo attentamente i luoghi scelti, le attrattive artistiche o paesaggistiche, invitando personaggi del luogo ad illustrarne le caratteristiche, in modo da promuovere tutti gli aspetti turistici. Anche le liste cibarie sono sempre ispirate al cibo locale, per farlo conoscere ed apprezzare, evitando inutili esotismi. Abbiamo in programma di uscire dai confini astigiani per incontrare e conoscere altre realtà associative e sociali tipiche del territorio; anche in questi casi il cibo sarà occasione per conoscere, non il fine della giornata.»
    Quali sono gli obiettivi dell’Ordine per il futuro ?
    «Continuare sulla linea sinora seguita, facendo ogni sforzo per migliorare; inoltre, almeno una volta l’anno, vorremmo riunire un Capitolo al di fuori dei nostri confini, spingendoci in altre regioni italiane o all’estero, proprio per conoscere nuove realtà di Confraternite simili alla nostra. A questo proposito, mi aspetto che giungano proposte anche dai Cavalieri che non sono parte del Consiglio, nell’ottica della maggior partecipazione di tutti. Una novità che varrebbe la pena di considerare sarebbe la presenza delle donne nell’Ordine: Borello non le voleva, ma i tempi sono mutati e sarebbe ora di considerare seriamente l’opportunità di inserirle fra i Cavalieri a pieno titolo, non soltanto fra gli Artisti della vite e del vino, o fra i buoni vignaioli. Abbiamo potuto constatare che nelle Confraternite gemellate con noi le donne rappresentano una parte molto attiva e propositiva.»


    I Cavalieri e la Camera di Commercio


    Mario Sacco è presidente della Camera di Commercio di Asti, ricoprendo l’incarico che fu di Giovanni Borello e, come il predecessore, mantenendo con l’Ordine dei Cavalieri una stretta relazione: a lui chiediamo in che modo Cavalieri ed Ente Camerale si muovano per la valorizzazione dei prodotti del territorio.
    «Giovanni Borello fu uomo di grandi intuizioni – risponde Sacco – e con la
    Douja d’or e le Sagre avviò la vera promozione del vino e della gastronomia astigiana. Il legame con i Cavalieri resta forte oggi come allora, essendosi consolidati negli anni i rapporti di amicizia e di collaborazione con il Gran Consiglio e con i Gran Maestri che lo hanno diretto negli anni; ho conosciuto personalmente Giovanni Borello, che ho apprezzato per l’energia, mentre a Rampone e Bracciale mi hanno unito e mi uniscono forti legami di collaborazione e di stima. Ci accomunano questioni organizzative, perché i Cavalieri hanno la loro sede presso la Camera di Commercio, con la quale dividono anche la segreteria, costituita dall’impareggiabile Silvana Negro e dal suo collaboratore Pierluigi Cerrato: soprattutto, però, abbiamo di mira gli stessi obiettivi. La Camera di Commercio persegue la valorizzazione dei prodotti locali non solo con le Sagre e con la Douja, ma anche con progetti come quello dell’Enofila, che si sta rafforzando di anno in anno: inoltre, certifica la qualità delle imprese sul territorio, specie di quelle che hanno maggior propensione turistica, come gli alberghi, gli agriturismo, i Bed & Breakfast, gli artigiani ed i produttori delle eccellenze enogastronomiche. L’Ente camerale viaggia al fianco dei Cavalieri, che io considero veri e propri ambasciatori di Asti e del Monferrato, di cui possono far ben conoscere le migliori caratteristiche: sono persone che rappresentano diversi settori sociali, tutte in grado di promuovere una cultura territoriale che affonda le sue radici nella tradizione e che non si deve disperdere. Non si tratta di guardare al passato con sterile nostalgia, ma di conservare per il futuro l’essenza delle tradizioni (in cui a pieno titolo s’inserisce l’enogastronomia) sviluppatesi nel tempo sulle colline astigiane e monferrine, che hanno fatto sì che diventassimo quel che siamo. Dimenticare la propria cultura significa cedere all’omologazione, in cui le ricchezze delle diversità spariscono e si accettano modelli imposti dalle convenienze economiche delle multinazionali.»
    In quali progetti della Camera di Commercio i Cavalieri delle Terre di Asti e del Monferrato sono attualmente impegnati?
    «I Cavalieri sono importantissimi nella comunicazione e nella divulgazione delle peculiarità del territorio, specialmente per quanto attiene a vino, cultura, gastronomia ed ambiente. Al di là del tradizionale Capitolo della
    Douja, specificamente dedicato al vino, è innegabile che, specie nei Capitoli che si svolgono al di fuori del territorio astigiano, essi siano degli eccellenti comunicatori delle nostre specificità. La collaborazione con i Cavalieri è costante e si cerca di promuovere attività durante tutto il corso dell’anno: in occasione della Douja, i produttori che vincono l’Oscar della manifestazione vengono proposti e accolti dai Cavalieri come Buoni vignaioli, realizzando una piena sintonia fra l’attività camerale e quella dell’Ordine. Inoltre, ci sono Cavalieri che prima di andare all’estero in viaggio di lavoro si forniscono del materiale pubblicitario messo a disposizione dalla Camera di Commercio, distribuendolo ed invitando i loro clienti stranieri a visitare Asti ed il suo territorio. Infine, non vanno dimenticati i gemellaggi con altre Confraternite estere, unitamente ad altre iniziative di vario genere.»
    Come vede il futuro dell’Ordine dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato?
    «Mi auguro che si realizzi un sempre maggiore coinvolgimento di tutti i Cavalieri nelle attività dell’Ordine, le cui potenzialità a livello di relazione potrebbero ancora crescere, magari coinvolgendo persone di grande immagine. Bisognerà cercare una sempre maggiore visibilità, indispensabile alla promozione dei prodotti del territorio, anche grazie a Capitoli speciali e prestigiosi. Ricordo con emozione il Capitolo di Montmartre ed il gemellaggio con la Confrerie du Clos de Montmartre, che si è assunta il compito di curare un vigneto nel cuore di Parigi, una vera e propria reliquia agricola sopravvissuta fra il cemento dei palazzi. Per l’occasione, il gemellaggio fu seguito da una troupe di RAI TRE e trasmesso in tutta Italia, oltre che a Parigi: grazie a questo evento il nome di Asti e dei suoi vini divenne noto a milioni di spettatori in un sol colpo. Un altro importante compito che potrebbe assumersi l’Ordine è quello della segnalazione delle eventuali criticità del territorio, oggi sotto attacco sia della cementificazione, sia dell’installazione dei pannelli solari: questi ultimi, se sistemati correttamente possono costituire un’importante alternativa energetica, mentre quando vengono posti in pianura, o sulle colline dove sino a pochi anni fa fiorivano i vigneti, contribuiscono ad un vero e proprio sperpero ambientale. In sintesi, penso che il coinvolgimento di tutti i Cavalieri, l’ingresso nell’Ordine di giovani motivati e attenti agli scopi istituzionali, l’internazionalizzazione delle iniziative e dei contatti possano favorire il proseguimento dell’attività sinora egregiamente svolta.»
    Alla scomparsa di Giovanni Borello, nel dicembre 1996, il direttore di un giornale astigiano espresse questo giudizio: «Borello ebbe il coraggio dell’iniziativa e il gusto dell’azione, vissuti dentro una struttura come la Camera di commercio che può apparire e funzionare spesso come pura entità burocratica
    . Borello è riuscito nell’impresa di orientarla ad ente di iniziativa promozionale. Durerà ?» Quanto è rimasto dello spirito del cambiamento avviato da Borello ?
    «Nel contesto in cui visse, caratterizzato dall’abbandono delle campagne per la fabbrica, da una produzione vinicola finalizzata più alla quantità che alla qualità, dalla dispersione di un patrimonio culturale contadino che l’inurbamento minava alla radice, Giovanni Borello fu tra i primi a capire che bisognava opporsi al degrado ed agire in fretta per salvare il salvabile. Creò gli strumenti per la promozione della produzione agricola e per la riscoperta e valorizzazione di una cultura che rischiava di sparire in brevissimo tempo. A noi tocca mantenere le sue indicazioni e adeguarle ai tempi, non dimenticando mai che il passaggio strategico è il collegamento fra la tradizione e le nuove opportunità, fra lo sviluppo locale e l’internazionalizzazione. La Camera di commercio sostiene lo sviluppo economico e la promozione del turismo, punta alla semplificazione burocratica ed ai collegamenti con il resto del mondo. Su queste direttive i Cavalieri potranno lavorare insieme a noi, per il vantaggio e la crescita di un territorio bellissimo e ricco di storia e cultura, che tutti egualmente amiamo.»

    La Douja, l’ONAV ed i Cavalieri.

    Il concorso vinicolo della Douja d’or fu senza dubbio una delle iniziative a cui Giovanni Borello fu maggiormente legato, proprio per la capacità mostrata dalla manifestazione di legare il nome di Asti alla qualità della produzione vinicola: tutti gli anni si celebrò (come tuttora avviene) un Capitolo dedicato alla Douja e nella sua crescita fu costantemente impegnato l’Ordine.
    In occasione di una serata in cui fu ospite del Rotary club di Asti, il 1° febbraio 1987
    , così Borello ricordò l’attività svolta dalla Camera di Commercio a favore della promozione dei vini astigiani mediante la creazione della Douja d’or.

    La Giunta camerale decise di impegnare il 70% del bilancio nel rilancio della vitivinicoltura, che costituiva la principale fonte di reddito di oltre 15.000 famiglie. Inoltre in tal modo si attivava l’industria vetraria, la cartotecnica, macchine enologiche, sugherifici, bottai, rivestitori di damigiane, cantine sociali e industrie spumantiere, distillerie, ecc.
    Per la prima
    Douja fu allestito uno stand sul piazzale del ristorante «La grotta» (al tempo non esisteva ancora l’autostrada), con un afflusso di persone che superò ogni aspettativa, per cui l’area si rivelò subito insufficiente. Le prime edizioni furono riservate solo ai vini astigiani: lo spazio espositivo della seconda Douja fu spostato ai giardini pubblici e l’incarico di allestire gli stand fu affidato al giovane Salva Garipoli, ancora studente di architettura. La nuova sede ospitò oltre agli stand anche un teatro ed un cabaret, con degustazione dei vini esposti; tuttavia la sede espositiva era costosa nell’allestimento e soggetta al maltempo, per cui si decise di scegliere un luogo al coperto, che fu individuato nelle cantine di palazzo Pogliani, che furono restaurate e si dimostrarono un’ottima sede; contemporaneamente il concorso fu aperto a tutti i vini italiani DOC e DOCG. La scelta in pochi anni riportò Asti all’attenzione degli operatori e dei consumatori più esigenti e raffinati. Alla mostra mercato furono affiancate altre manifestazioni, quali:

      Inoltre, l’EVVA promosse il confronto fra lo spumante italiano e lo champagne francese, suscitando dure reazioni da parte francese.

      Se Giovanni Borello ebbe il merito indiscusso di aver creato una vera e propria serie di strumenti finalizzati alla promozione dell’economia provinciale, primo fra tutti la
      Douja d’or, non bisogna però dimenticare che sin dall’immediato secondo dopoguerra un altro uomo si era battuto per la valorizzazione del vino astigiano, creando quel formidabile strumento di stimolo alla qualità che si chiama ONAV. Il personaggio in questione era Aldo Pronzato, industriale del settore delle vernici che, su proposta del dott. Gilberto Barbero, presidente del locale C.L.N.A.I., il 21 giugno 1945 fu nominato dal maggiore Koopman (comandante del presidio alleato in città) presidente della Camera di Commercio di Asti; in tal modo l’Ente Camerale riprese le sue funzioni nella medesima sede che oggi ancora conosciamo e che, durante gli anni del regime, aveva avuto nome di Camera delle Corporazioni. Pronzato si impegnò a rivitalizzare la disastrata economia astigiana, ma nel contempo si accorse del grande cambiamento che stava maturando negli anni del dopoguerra, in cui nuovi modelli culturali e sociali si affacciavano all’orizzonte: fu proprio per iniziativa di Aldo Pronzato che nel dicembre 1947 «venne istituita la Famijia astesan’a, associazione destinata a tener vive le tradizioni e la storia di Asti e del suo interland».
      Come ha ricordato il figlio Giorgio in una «lettera al Direttore» pubblicata sul bisettimanale «La nuova provincia» di venerdì 11 novembre 2011, per tutto il mese di ottobre del 1951 Aldo Pronzato

      dedicò molto del suo tempo a proporre l’iniziativa dell’ONAV ai principali rappresentanti del settore vitivinicolo, sia industriale, sia agricolo, ricevendone un interesse piuttosto tiepido, se non un atteggiamento scettico o addirittura ostile, come confidava ai suoi figli nel corso di pranzi tardivi, in genere di ritorno da Canelli o da altre località della provincia. Il 28 ottobre 1951 finalmente annunciò la nascita dell’ONAV nella sala grande della sede della CCIAA, proprio di fronte alla parete di fondo che lui stesso aveva fatto decorare tempo prima dal pittore astigiano Manzone, con un dipinto murale raffigurante scene della coltivazione dei campi. Poiché Aldo Pronzato, produttore di vernici e del tutto estraneo al mondo vitivinicolo (che tuttavia aveva sempre considerato la principale risorsa della provincia, subito sfruttabile nel difficile periodo del dopoguerra), si considerava del tutto inadatto alla presidenza della sua creatura, si autonominò semplicemente cancelliere della stessa, riservando la prima presidenza al dottor Mensio, della ditta Carlo Gancia, in quel momento la persona più rappresentativa e qualificata del settore. Nel contempo offrì la seconda tessera d’iscrizione all’ONAV all’amico Adriano Rampone, che ricoprì brillantemente un ruolo fondamentale nell’organizzazione per quasi un sessantennio ... Adriano Rampone sempre ricordò con ammirazione mio padre, scomparso nel 1982 e sempre confermò che Aldo Pronzato fu il vero fondatore dell’ONAV ….

      Ricorda ancora Giorgio Pronzato che diverse iniziative avviate negli anni successivi ebbero origine fra il 1949 ed il 1955, « ad esempio le Fiere dei vini d’Italia … allestite sull’intera area dei giardini pubblici della città (circa 10.000 metri quadrati) su disegno di Eugenio Guglielminetti e per iniziativa di Aldo Pronzato, sono in certo modo l’anticipazione delle
      Douje d’or succedutesi sino ad oggi.» Nel 1952 Pronzato invitò il presidente Luigi Einaudi (che anni prima aveva avuto come professore alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino) ad inaugurare la quarta edizione della Fiera dei Vini d’Italia nei giardini pubblici, evento a cui il presidente della Repubblica presenziò ufficialmente con Donna Ida, soffermandosi a lungo davanti ad ogni padiglione. FOTO 2729

      Le manifestazioni richiamarono un gran numero di visitatori da ogni parte d’Italia e furono coronate da concorsi a premi per i vini giudicati migliori da apposite giurie di esperti. In collaborazione con il prof. Tarantola, direttore della stazione enologica astigiana, e con il prof. Ettore De Benedetti, stimatissimo primario di medicina dell’ospedale cittadino, Aldo Pronzato indisse nei locali della Camera di Commercio un seminario dedicato ai «Vini di regime»: al termine di documentati dibattiti fra medici, fisiologi ed esperti enologi, si decretò che una moderata dose giornaliera di vino (non superiore ai 200 cc) poteva essere benefica per la salute umana, grazie al benefico effetto dei suoi componenti. Trent’anni dopo sarebbe giunta un’altra conferma di queste convinzioni, grazie alla scienza che individuò nel resveratrolo un polifenolo antiossidante capace di contrastare l’azione dei radicali liberi.

      A complemento del seminario sui «Vini di regime», Pronzato costituì poi l’Ente per la tutela di vini di regime ed il Centro antigrandine, per cercare di prevenire le disastrose grandinate che da sempre si abbattono sulle campagne, con gravissimi danni, ed una Mostra ortofrutticola, finalizzata alla valorizzazione delle splendide verdure prodotte dagli ortolani astigiani, sin dall’Ottocento famosi in Italia e all’estero per le loro produzioni, tanto da aver legato il nome della città ad alcune produzioni, quali il melone retato d’Asti, lo spinacio riccio d’Asti e il peperone quadrato della Motta.


      Dalla quantità alla qualità.

      Una costante preoccupazione di Giovanni Borello, sempre esplicitata nelle sue relazioni introduttive ai Capitoli dell’Ordine, fu quella di operare in difesa della qualità dei vini, unica in grado di fornire reddito adeguato ai produttori. Negli Anni Sessanta e Settanta prevaleva la tendenza alla produzione di quantità, con la conseguenza di ottenere vini di scarso pregio, da taglio e senza alcuna capacità di imporsi sui mercati internazionali. Negli Anni Ottanta si verificò un’inversione di tendenza, certamente conseguente al cambiamento dei tempi, alla diminuzione della popolazione impegnata in agricoltura e conseguentemente delle superfici coltivate a vite, a diversi modelli culturali e altro ancora: tuttavia non appare esagerato sostenere che parte del merito è ascrivibile all’Ordine dei Cavalieri delle Terre di Asti e del Monferrato. Borello non ebbe mai esitazioni ad entrare in polemica con chiunque criticasse il consumo del vino o lo additasse come fonte di pericolo per la salute: al contempo, però, si battè sempre perché si imparasse a bere bene e tutta l’azione svolta a livello nazionale con la Douja d’or sta a confermarlo. Medesima azione di promozione della qualità svolse l’ONAV, che contribuì a creare schiere di esperti impegnati nel riconoscere e promuovere il buon vino. Passò il messaggio che si poteva bere poco, ma si dovevano gustare con intelligenza vini buoni e genuini: questa tendenza si è rafforzata negli anni ed è stata oggi fatta propria anche da Paesi in cui la tradizione enologica non ha radici antiche come le nostre.

      I Capitoli dell’Ordine dei Cavalieri delle Terre di Asti e del Monferrato
      Investitura e primo Capitolo - 17 Ottobre 1970
      Consiglio della Tavola Rotonda


      • Giovanni Borello
      • Demetrio Paviglianiti
      • Giovanni Roveglia
      • Sergio Nebbia
      • Germano Cantarelli
      • Ottavio Coffano
      • Giovanni Goria
      • Ugo Scassa
      • Luigi Balduzzi
      • Amilcare Gaudio
      • Francesco Nela
      • Pier Luigi Accornero
      • Giovanni Amerio
      • Gianni Montalbano
      • Franco Sgarbi

      1971

      Capitolo della ciaciara, 17 febbraio 1971.
      Capitolo delle viole, 3 aprile 1971.
      Capitolo della Douja, 10 settembre 1971.

      1972

      Capitolo del Gran Consiglio, 26 febbraio 1972.

      Capitolo Gran Coppieri del Ticino, Costigliole, 25 marzo 1972

      Convegno enotecnico nazionale, seduta conclusiva del 4 giugno 1972.

      Capitolo del Castello, Costigliole, 10 giugno 1972.

      Capitolo dell’amicizia, Mendrisio, 23-24 settembre 1972.

      Capitolo autunnale con la Confraternita della
      Bagna caoda, in Nizza Monferrato, 15 ottobre 1972.

      1973


      Capitolo straordinario di Bordighera, 20 gennaio 1973.

      Capitolo del Mulino, Refrancore, 27 gennaio 1973.

      Capitolo straordinario, Macon (Francia), 17- 18 - 19 marzo 1973.

      Capitolo straordinario di Gorizia, 5 maggio 1973.

      Capitolo straordinario, Cantine del Castello, 26 maggio 1973.

      Capitolo di San Martino, Asti, 10 novembre 1973.

      Capitolo di Natale, Asti, 1° dicembre 1973.

      1974


      Capitolo delle Palme, Asti, 6 aprile 1974.

      Incontro con la “Winegilde Gallus” di San Gallo, Capitolo nel Comune di Costigliole, 5 maggio 1974.

      Capitolo di Beppe, Val Cioccaro, 22 Giugno 1974.

      Capitolo straordinario, in occasione del gemellaggio enogastronomico fra le città di Asti e di Arco (Trento), Palazzo Ottolenghi, 7 Settembre 1974.

      Capitolo della
      Douja, in occasione del gemellaggio enogastronomico fra Asti e Bolzano, Lago Di Codana, Montiglio, 21 Settembre 1974.

      Capitolo straordinario in occasione del gemellaggio enogastronomico fra Bolzano e Asti, Bolzano, 26 – 27 Ottobre 1974.

      Capitolo di Natale, Asti, 7 Dicembre 1974.

      1975


      Capitolo del Vino nuovo, Costigliole, 24 maggio 1975.

      Capitolo con la Consulta del Verdicchio, la Lega dei vini D.O.C. delle Marche e la Prioria del Rosso Conero D.O.C. di Varano di Ancona, Serra dei Conti, 6 luglio 1975.

      Capitolo della
      Douja, Costigliole, 27 settembre 1975.

      Capitolo di Natale, Calliano, 14 dicembre 1975.

      1976


      Capitolo del Gran Consiglio, Asti, 14 marzo 1976.

      Capitolo della
      Douja, Costigliole, 18 settembre 1976.

      Capitolo del Vino nuovo, Castel Boglione, 10 ottobre 1976.

      Capitolo di Natale, Asti, 8 dicembre 1976.

      1977


      Capitolo del Gran Consiglio, Cocconato, 13 marzo 1977.

      Capitolo della mietitura, Roccaverano, 19 giugno 1977.

      Capitolo della
      Douja, Costigliole, 24 settembre 1977.

      Capitolo dell’Asti Spumante, Canelli, 6 novembre 1977.

      Capitolo di Natale, Mombercelli, 11 dicembre 1977.

      1978


      Capitolo di Primavera, Moncalvo, 21 maggio 1978.

      Capitolo della
      Douja e gemellaggio con la Confraternita della vite e del vino del Veneto Orientale e del Friuli Venezia Giulia, Costigliole, 9 settembre 1978.

      Capitolo del Vino nuovo, Calliano, 3 dicembre 1978.

      1979


      Capitolo del Gran Consiglio, Cocconato, 1° aprile 1979.

      Capitolo d’estate nelle Langhe, Serralunga d’Alba, 16 giugno 1979.

      Capitolo della vendemmia, San Marzanotto, 23 settembre 1979.

      Capitolo di Natale, Asti, 9 dicembre 1979.

      1980


      Capitolo del Gran Consiglio e della Luna di marzo, Nizza Monferrato, 23 marzo 1980.

      Capitolo di Primavera, Vignale Monferrato, 11 maggio 1980.

      Capitolo straordinario del Castello in occasione del «Simposium international sur les appellations d’origine des vins», Costigliole, 28 maggio 1980.

      Capitolo straordinario del Castello, in occasione della visita della delegazione della Presidenza del Consiglio dei ministri della Comunità economica europea, Costigliole, 13 giugno 1980.

      Capitolo della vendemmia, Canelli, 26 ottobre 1980.

      Capitolo di Natale, Asti, 14 dicembre 1980.


      1981


      Festa del vino, Lyons Club Asti, Hotel Salera, 10 maggio 1981, menu d’autore di Giuseppe Colli.

      Capitolo della Langa astigiana, Roccaverano, 5 luglio 1981, menu di Francesco Argirò.

      Solenne Capitolo della
      Douja, Costigliole, 19 settembre 1981, menu di Antonio Guarene.

      Capitolo agreste della vendemmia, San Marzanotto, 4 ottobre 1981.

      Capitolo straordinario in occasione del Congresso mondiale della stampa gastronomica
      vinicola e turistica, Costigliole,14 ottobre 1981.

      Capitolo del tartufo d’Asti e del Monferrato, Canelli, 25 ottobre 1981, menu di Vitaliano Graziola.

      1982


      Capitolo dell’anno nuovo, Asti, 17 gennaio 1982, menu di Attilio Penna.

      Capitolo della Luna di marzo e del Vino nuovo, Agliano, 28 marzo 1982, menu di Franco Sgarbi.

      Capitolo delle acque del Tanaro, Castello d’Annone, 25 aprile 1982, menu di Guido Botta.

      Capitolo di Santa Basilide, in Svizzera e Francia, dal 10 al 13 giugno 1982, incontro con l’Ordre des Compagnons du Beaujolais.

      Solenne Capitolo della Douja, Costigliole, 16 settembre 1982, menu di Amelia Platone.

      Capitolo straordinario in occasione del 50° anniversario del Consorzio per la tutela dell’Asti, Costigliole, 18 settembre 1982.

      Capitolo agreste della vendemmia, Castagnole Monferrato, 10 ottobre 1982.

      Capitolo del tartufo d’Asti, Canelli, 24 ottobre 1982, menu di Giovanni Olindo.

      Solenne Capitolo degli auguri di Natale, Bardonecchia, 18 dicembre 1982, menu di Giuseppe Manzone.


      1983


      Capitolo ‘d Giandoja, Callianetto, 5 febbraio 1983, menu di Paolo Fresu.

      Capitolo del Vino nuovo della Luna di marzo, Nizza Monferrato, 26 marzo 1983, menu di Francesco Casorati.

      Capitolo straordinario in occasione della 32^ Assemblea generale della «Federazione internazionale dell’industria e del commercio all’ingrosso dei vini, prodotti alcolici, acquaviti e liquori», Costigliole, 3 giugno 1983.

      Capitolo della trebbiatura, Antignano, 18 giugno 1983, menu di Giuseppe Colli.

      Solenne Capitolo della Douja d’or, Costigliole, 15 settembre 1983, menu di Eugenio Guglielminetti.

      Capitolo della grande festa del tartufo d’Asti e del Monferrato, Canelli, 23 ottobre 1983; menu di Francesco Russo.

      Capitolo degli auguri, Cocconato, 4 dicembre 1983.


      1984


      Capitolo di primavera e del tipico ortaggio delle Terre di Pessione, Cambiano e Santena, Pessione, 5 maggio 1984.

      Capitolo straordinario in occasione del 2° Simposio internazionale sul vino, Costigliole, 7 giugno 1984.

      Capitolo della trebbiatura e del pane, Viatosto, 30 giugno 1984.

      Solenne Capitolo della Douja, Costigliole, 13 settembre 1984.

      Capitolo straordinario in onore dei partecipanti al Convegno nazionale grappa, Costigliole, 14 settembre 1984.

      Capitolo della grande festa del tartufo d’Asti e del Monferrato, Canelli, 21 ottobre 1984.

      Capitolo degli auguri di Natale, Montiglio, 15 dicembre 1984, menu di Riccardo Licata.

      1985


      Capitolo della Luna di marzo, Asti, 30 marzo 1985.

      Capitolo di primavera nelle Terre del Roero, Santa Vittoria d’Alba, 18 maggio 1985, menu di Guido Gonin.

      Capitolo traordinario della
      Douja d’or, Castello di Costigliole, 12 settembre 1985.

      Capitolo del quindicennale, Costigliole, 12 ottobre 1985, menu di Guido Botta.

      Capitolo del tartufo d’Asti e del Monferrato, Asti, 1° dicembre 1985.

      1986


      Capitolo straordinario in onore della Commissione italo - belga del settore vitivinicolo, Costigliole, 21 maggio 1986.

      Capitolo delle rose, Castell’Alfero, 24 maggio 1986.

      Capitolo straordinario in onore della Commissione italo - britannica del settore vitivinicolo, Costigliole, 28 maggio 1986.

      Solenne Capitolo della
      Douja, Costigliole, 18 settembre 1986, menu di Tino Ajme.

      Solenne Capitolo del tartufo, in occasione della 32^ Fiera del tartufo, Moncalvo, 26 ottobre 1986.

      Incontro d’amicizia con la Compagnie du Sarto, Natale 1986, Saint Vincent, 20 dicembre 1986, menu di Romano Campagnoli.

      1987


      Capitolo di primavera nelle Terre di Barolo, Barolo, 12 aprile 1987.

      Incontro con la Confrerie de St. Cunibert - Bailliage du Grand Luxembourg, Nizza Monferrato, 5 settembre 1987.

      Solenne Capitolo della Festa del vino italiano
      Douja d’or, Agliano Terme, 18 settembre 1987, menu di Enrico Paolucci.

      Solenne Capitolo in onore del tartufo nelle Terre d’Aleramo, Moncalvo, 18 ottobre 1987.

      Capitolo straordinario in occasione della «Assise internationale de la vigne et du vin», Roma, 25-31 ottobre 1987. Giornata dei Vignaioli del mondo, Frascati, 31 ottobre 1987.

      Solenne Capitolo degli auguri, Loano, 19 dicembre 1987, menu di Piero Vado.

      1988


      Capitolo di primavera nelle Terre di Don Bosco, Castelnuovo Don Bosco, 23 aprile 1988, menu di Amelia Platone.

      Capitolo delle rose nel Castello di Uviglie, Rosignano Monferrato, 25 giugno 1988; menu di Mario Pavese.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Costigliole, 15 settembre 1988, menu di Carlo Carosso.

      Solenne Capitolo del tartufo e della grappa, Canelli, 30 ottobre 1988.

      Solenne Capitolo degli auguri, Santo Stefano Belbo, 17 dicembre 1988, menu di Gianfranco Schiavino.

      1989


      Solenne Capitolo della mimosa, Santa Margherita Ligure, 11 marzo 1989, menu di Emanuele Luzzati.

      Solenne Capitolo della Prima asta del Barbera d’Asti D.O.C., Costigliole, 14 maggio 1989.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or e della vendemmia, Castello d’Annone, 24 settembre 1989, menu di Vitaliano Graziola.

      Solenne Capitolo del tartufo, Moncalvo, 22 ottobre 1989, menu di Carlo Carosso.

      Capitolo degli auguri, Vezza d’Alba, 16 dicembre 1989.

      1990


      Solenne Capitolo di Carnevale, Cocconato, 3 marzo 1990.

      Capitolo delle rose, Costigliole, 27 maggio 1990, menu di Guido Mastallone.

      Capitolo della vendemmia del Freisa e del Malvasia, Castelnuovo Don Bosco, 29 settembre 1990.

      Incontro con la Compagnia dell’arte dei brentatori di Zurigo, Costigliole, 12 ottobre 1990

      Solenne Capitolo del ventennale, Asti, 25 novembre 1990, menu di Vitaliano Graziola.


      1991


      Capitolo dei fiori, «Grand Hotel del Mare», Bordighera, 25 maggio 1991.

      Capitolo della
      Douja d’or e della vendemmia, Costigliole, 29 settembre 1991.


      Capitolo del Gran Consiglio - Asti, 27 ottobre 1991


      Gran Maestro Giovanni Borello
      Plenipotenziario Alessandro Sodano
      Storiografo Ermanno Briola
      Cancelliere Leonardo Cetera
      Castellano Pippo Sacco
      Mastro Di Botte Giuseppe Bracciale
      Cavaliere Della Vite Viviano Ghia
      Tesoriere Giovanni Macagno
      Guardasigilli Adriano Rampone
      Mastro D’armi Giuseppe Rosina
      Cerimoniere Mario Accossato
      Mastro Di Cucina Francesco Bonaccorsi
      Mastro Di Botte Emilio Gili
      Mastro Di Cantina Angelo Dezzani
      Cavaliere Della Vite Ferdinando Sorisio


      Capitolo degli auguri di Natale, Montiglio, 14 dicembre 1991, menu di Eugenio Guglielminetti.

      1992


      Capitolo di Carnevale, Castello di Castell’Alfero, 29 febbraio 1992.

      Capitolo del Vino nuovo della Luna di marzo, Palazzo Ottolenghi, Asti, 6 marzo 1992.

      Capitolo del Sacro Monte, Serralunga di Crea, 6 giugno 1992, menu di Guido Botta.

      Capitolo della
      Douja d’or, Govone, 27 settembre 1992, menu di Giovanni Verna.

      Capitolo degli auguri di Natale, San Damiano, 12 dicembre 1992, menu di Paolo Fresu.

      1993


      Capitolo di Carnevale, Mango, 27 febbraio 1993.

      Capitolo dei fiori, «Grand Hotel del Mare», Bordighera, 5 giugno 1993, menu di Clizia (pseudonimo di Mario Giani).

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Rocca d’Arazzo, 16 settembre 1993, menu di Giancarlo Ferraris.

      Capitolo degli auguri di Natale, Asti, 4 dicembre 1993, menu di Russo Francesco “Burot”.

      1994


      Capitolo del Roero, Sommariva Perno, 9 aprile 1994, menu di Vitaliano Graziola.

      Capitolo straordinario in onore dell’Accademia tedesca degli avvocati, Palazzo Ottolenghi, Asti, 9 settembre 1994.

      Capitolo della
      Douja d’or, Asti, 15 settembre 1994, menu di Marcello Peola.

      Capitolo del tartufo, Moncalvo, 23 ottobre 1994.


      1995


      Capitolo di primavera, Asti, 11 marzo 1995, menu di Giovanni Buoso.

      Solenne Capitolo dell’estate, Roccaverano, 18 giugno 1995, menu di Tino Ajme.

      Capitolo straordinario del Ringraziamento, Asti, 8 settembre 1995.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Costigliole, 14 settembre 1995; menu di Giuseppe Orlandi.

      Capitolo del Garda, Costigliole, 21 ottobre 1995.

      Solenne Capitolo del venticinquennale di fondazione, Asti, 29 ottobre 1995, menu di Eugenio Guglielminetti.

      Capitolo degli auguri di Natale, Asti, 9 dicembre 1995.


      1996

      Capitolo del Gran Consiglio - Asti, 9 marzo 1996


      Gran Maestro Giovanni Borello
      Guardasigilli Adriano Rampone
      Cancelliere Leonardo Cetera
      Cerimoniere Pippo Sacco
      Tesoriere Emilio Gili
      Castellano Viviano Ghia
      Plenipotenziario Giuseppe Bracciale
      Mastro D’armi Giuseppe Rosina
      Storiografo Ermanno Briola
      Mastro Di Cantina Angelo Dezzani
      Mastro Di Cucina Francesco Bonaccorsi
      Mastro Di Botte Ferdinando Sorisio
      Mastro Di Botte Giovanni Macagno
      Cavaliere Della Vite Rolando Doglione
      Cavaliere Della Vite Bruno Gerbaldo


      Capitolo straordinario in occasione della VIII Asta del Barbera d’Asti «Vigneti Storici», Costigliole, 26 Maggio 1996.

      Capitolo del Chiaretto e del lago di Garda, Raffa di Puegnago del Garda, 16 giugno 1996.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Cocconato, 12 settembre 1996, menu di Emanuele Luzzati.

      Capitolo degli auguri di Natale, Boglietto di Costigliole, 14 dicembre 1996.

      1997


      Capitolo del Grignolino, Portacomaro, 7 giugno 1997, menu di Francesco Schiavino.

      Capitolo della
      Douja d’or, Moncalvo, 18 settembre 1997, menu di Paolo Fresu.

      Capitolo degli auguri di Natale, Asti, 13 dicembre 1997, menu di Domenico Musci.

      1998


      Solenne Capitolo di fine inverno, Verduno, 14 marzo 1998, menu di Marcello Peola.

      Solenne Capitolo dell’estate, Cassinasco, 21 giugno 1998.

      Capitolo della
      Douja d’or, Montemagno, 17 settembre 1998, menu di Russo Francesco “Burot”.

      Solenne Capitolo degli auguri, Rocchetta Tanaro, 12 dicembre 1998, menu di Mauro Giani (Clizia).



      1999


      Capitolo di primavera in onore di Vittorio Alfieri, San Martino Alfieri, 27 marzo 1999, menu di Guido Gonin.

      Solenne Capitolo delle Terre del Freisa, Piea, 20 giugno 1999, menu di Giovanni Buoso.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Cocconato, 16 settembre 1999, menu di Marcello Peola.

      Solenne Capitolo degli auguri, Vaccheria di Guarene d’Alba, 4 dicembre 1999, menu di Emanuele Luzzati.

      2000


      Solenne Capitolo del trentennale, Asti, 13 maggio 2000, menu di Enrico Colombotto.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Calosso, 30 settembre 2000, menu di Teresita Terreno.


      Capitolo del Gran Consiglio - Asti, 11 novembre 2000

      Gran Maestro Adriano Rampone
      Guardasigilli Giuseppe Bracciale
      Cancelliere Leonardo Cetera
      Cerimoniere Pippo Sacco
      Tesoriere Emilio Gili
      Castellano Viviano Ghia
      Plenipotenziario Giovanni Macagno
      Mastro D’armi Giuseppe Rosina
      Storiografo Bruno Gerbaldo
      Mastro Di Cantina Piero Bava
      Mastro Di Cucina Francesco Bonaccorsi
      Mastro Di Botte Maurizio Ferraro
      Mastro Di Botte Rolando Doglione
      Cavaliere Della Vite Giorgio Rosso
      Cavaliere Della Vite Gino Barban


      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, 16 dicembre 2000, menu di Giancarlo Ferraris.


      2001

      Solenne Capitolo dell’equinozio di primavera, Cortanze, 24 marzo 2001, menu di Russo Francesco “Burot”.

      Solenne Capitolo del pane, Montemagno, 26 maggio 2001, menu di Paolo Fresu.

      Capitolo della
      Douja d’or e delle Citta’del vino, Canelli, 22 settembre 2001, menu di Sebastiano Borello.

      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, 1° dicembre 2001, menu di Giacomo Soffiantino.


      2002


      Solenne Capitolo dei Dogi, Genova, Palazzo Ducale, 21 aprile 2002, menu di Emanuele Luzzati.

      Capitolo della Douja d’or, Castelboglione, 21 settembre 2002, menu di Giovanni Buoso.

      Capitolo straordinario in onore dei Consoli del Touring club italiano, Cortanze, 28 settembre 2002.

      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, Seminario vescovile,14 dicembre 2002, menu di Teresita Terreno.

      2003


      Solenne Capitolo di San Benedetto, Sezzadio, Abbazia di Santa Giustina, 22 marzo 2003, menu di Guido Botta.

      Capitolo straordinario dei Porporati astigiani
      , Quarto d’Asti, Tenuta “Il Capitolo”,1° giugno 2003.

      Capitolo della
      Douja d’or, Cantina sociale di Mombaruzzo, 27 settembre 2003; menu di Giacomo Soffiantino.

      Capitolo straordinario in onore della Confraternita del Sagrantino, Castello di Castell’Alfero, 15 novembre 2003.

      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, 6 dicembre 2003, menu di Guido Mastallone.



      2004


      Capitolo del Gran Consiglio - Asti, 13 marzo 2004

      Gran Maestro: Adriano Rampone
      Guardasigilli: Giuseppe Bracciale
      Cancelliere: Tonino Cetera
      Cerimoniere: Giuseppe Sacco
      Tesoriere: Emilio Gili
      Castellano: Rolando Doglione
      Plenipotenziario: Giovanni Macagno
      Mastro D’ Armi: Giuseppe Rosina
      Storiografo: Bruno Gerbaldo
      Mastro Di Cantina: Piero Bava
      Mastro Di Cucina: Francesco Bonaccorsi
      Mastro Di Botte: Gino Barban
      Mastro Di Botte: Massimo Malfa
      Cavaliere Della Vite: Giuseppe Negro
      Cavaliere Della Vite: Alberto Nosenzo


      Solenne Capitolo del Versa, Castello di Castell’Alfero, 12 giugno 2004, menu di Enrico Colombotto Rosso.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Castelnuovo Don Bosco, Cantina sociale del Freisa,
      25 settembre 2004, menu di Giancarlo Ferraris.

      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, 4 dicembre 2004, menu di Eugenio Guglielminetti.



      2005


      Solenne Capitolo delle chiese romaniche, Montiglio, chiesa di San Lorenzo, 3 aprile 2005, menu di Giovanni Buoso.

      Solenne Capitolo dei Premi Nobel, Sanremo, Villa Nobel, 25 giugno 2005, menu di Renzo Antonelli.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’ or, Castelnuovo Calcea, Cantina “Barbera dei sei castelli”,
      25 settembre 2005, menu di Paolo Fresu.

      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, chiesa di San Martino, 17 dicembre 2005, menu di Giuseppe Soligo.


      2006


      Solenne Capitolo della Risaia, Lignana, «Tenuta Veneria», 19 marzo 2006, menu di Olimpia Belloni.

      Solenne Capitolo del tramway, Altavilla Monferrato, Antica distilleria di Altavilla, 25 giugno 2006, menu di Antonio Palermino.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Castiglione Tinella, “Azienda agricola Caudrina”, 23 settembre 2006, menu di Viviana Gonella.

      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, Insigne Collegiata di San Secondo, 16 dicembre 2006, menu di Elisabetta Astolfi.

      2007


      Solenne Capitolo dell’aceto balsamico tradizionale, Spilamberto, 25 marzo 2007, menu di Alessandro Giusti.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Castel Rocchero, 22 settembre 2007, menu di Giulio Balbo.

      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, Cattedrale,15 dicembre 2007, menu di Silver Veglia.

      2008


      Solenne Capitolo di Montmartre, Parigi, 1 marzo 2008, menu di Mary Brilli.

      Capitolo del Gran Consiglio, San Damiano, 19 aprile 2008, menu di Massimo Malfa.

      Solenne Capitolo della Douja d’or, San Damiano, 20 settembre 2008, menu di Giuseppina Balestrino.

      Solenne Capitolo degli auguri, chiesa di Maria Ausiliatrice, Viatosto, 13 dicembre 2008, menu di Edel Nick.


      2009
      Consiglio della Tavola Rotonda - Asti, 16 febbraio 2009


      Gran Maestro: Giuseppe Bracciale
      Guardasigilli: Francesco Bonaccorsi
      Cancelliere: Antonio Cetera
      Cerimoniere: Rolando Doglione
      Tesoriere: Emilio Gili
      Castellano: Massimo Malfa
      Plenipotenziario: Giovanni Macagno
      Mastro D’ Armi: Giuseppe Rosina
      Storiografo: Bruno Gerbaldo
      Mastro Di Cantina: Alberto Nosenzo
      Mastro Di Cucina: Francesco Bonaccorsi
      Mastro Di Botte Michele Di Paolo
      Mastro Di Botte Giuseppe Negro
      Cavaliere Della Vite: Luciano Gnesotto
      Cavaliere Della Vite Arnaldo Arcari


      Solenne Capitolo del castello di Viale, 19 aprile 2009, menu di Marcello Peola.

      Solenne Capitolo dei Colli di Luni, Castelnuovo Magra, 28 giugno 2009, menu di Giuliano Tomaino.


      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Cisterna, Tenuta Fratelli Povero, 26 settembre 2009, menu di Valter Spessa.

      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, 12 dicembre 2009, menu di Paolo Fresu.

      2010


      Solenne Capitolo del Pianalto, Borgo Corveglia di Villanova d’Asti, 20 marzo 2010, menu di Kodercka Agata Eva.

      Solenne Capitolo del Nizza, Nizza Monferrato,19 giugno 2010, menu di Monaldo Svampa.

      Solenne Capitolo della
      Douja d’or, Costigliole, 25 settembre 2010, menu di Paolo Bonaccorsi.

      Solenne Capitolo degli auguri, Asti, 18 dicembre 2010, menu di Valter Piccollo.

      2011


      Solenne Capitolo del Suol d’Aleramo, Cereseto, 3 aprile 2011, menu di Paolo Novelli.

      Capitolo della
      Douja d’or, Casa Gancia, Canelli, 1° ottobre 2011, menu di Paolo Viola.

      Capitolo degli auguri, Santuario di San Giuseppe, Asti, 17 dicembre 2011, menu di Antonio Guarene
      .

      2012
      Capitolo del Gran Consiglio, Asti, … marzo 2012


      Giuseppe Bracciale (Gran Maestro)
      Francesco Bonaccorsi (Guardasigilli)
      Antonio Cetera (Cancelliere)
      Rolando Doglione (Cerimoniere)
      Emilio Gili (Tesoriere)
      Aldo Arcari (Castellano)
      Massimo Malfa (Mastro di cucina)
      Giovanni Macagno (Plenipotenziario)
      Michele Di Paolo (Mastro d’armi)
      Bruno Gerbaldo (Storiografo)
      Alberto Nosenzo (Mastro di cantina)
      Luciano Gnesotto e Giuseppe Negro (Mastri di botte)
      Franco Colombo e Aldo Musso (Cavalieri della vite)

      Solenne Capitolo del Barocco e del Rococò piemontese, 23 giugno 2012, svoltosi al “Circolo dei Lettori” di Torino,con successiva cena presso il “Circolo del Whist” di Piazza San Carlo.

      Capitolo della Douja, svoltosi al ristorante “Il bagatto” di Grazzano Badoglio, 23 settembre 2012.